Manifesto – Stop agli sconti fiscali contro il caro tasse

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Deduzioni, esenzioni, crediti d’imposta. Queste “spese fiscali” riducono il debito tributario di qualcuno: ciò significa che qualcun altro dovrà sopportare tale onere, sotto forma di maggiori imposte. Se lo Stato non dovesse, attraverso le imposte, pagare i contribuenti per consentire ai medesimi di fare certe cose con il loro stesso denaro, il sistema delle imposte sul reddito potrebbe raccogliere lo stesso ammontare di risorse con aliquote d’imposta assai minori. A parità di gettito, l’aliquota massima potrebbe scendere, negli Stati Uniti, dal 35 al 9 per cento.

Nel 1937, durante la Grande Depressione, un piccolo gruppo di dirigenti d’azienda si riunì a New York per discutere come monitorare l’attività fiscale del governo, e trasmettere in modo comprensibile tali informazioni all’opinione pubblica. Nel decennio precedente, dapprima sotto Herbert Hoover poi sotto Franklin D. Roosevelt, la spesa pubblica federale era cresciuta del 170 per cento; nei precedenti cinque anni il gettito fiscale era aumentato del 198 per cento. Essi decisero, quindi, di lanciare un’organizzazione che, attraverso ricerca ed analisi, potesse informare ed educare i cittadini per mezzo di dati affidabili sul finanziamento della spesa governativa.

Nacque così la Tax Foundation, un’organizzazione nonpartisan, che da ormai settant’anni tenta di informare e formare i contribuenti americani sui princìpi di una solida politica fiscale e sulla dimensione dell’onere fiscale sopportato dai cittadini a tutti i livelli di governo, sulla base della convinzione che la disseminazione di informazioni e conoscenze di base riguardo il finanziamento dello stato sia il fondamento di politiche comprese e condivise in una società libera.

In quanto organizzazione educativa nonpartisan, Tax Foundation ha guadagnato una reputazione di indipendenza e credibilità, non disgiunta tuttavia da prospettiva e prescrittività. Tutta la ricerca di Tax Foundation è guidata da alcuni princìpi, definiti di sound fiscal policy, che servono da stelle polari di una buona politica fiscale, in ogni contesto, nazionale e governativo. Tali principi, in sintesi, sono:

  • Semplicità: il sistema fiscale dovrebbe essere il più semplice possibile, e le imposte dovrebbero essere semplici da comprendere allo stesso modo degli adempimenti ad esse legati, che rappresentano un costo reale per la società;
  • Trasparenza: le tasse dovrebbero essere le più visibili possibile ai contribuenti, e dovrebbe essere chiaro chi e cosa sta venendo tassato;
  • Minimizzazione dell’onere fiscale: in ogni momento, sotto le condizioni contingenti in cui si trova, pro-tempore, il sistema economico. Ciò equivale, in sinergia con il principio di semplicità, a mantenere la più ampia base imponibile possibile, in quanto condizione necessaria alla riduzione delle aliquote nominali, che dovrebbero quindi sempre più tendere a quelle che effettivamente gravano sui contribuenti;
  • Stabilità: le leggi e norme fiscali non dovrebbero cambiare di continuo, ed i cambiamenti non dovrebbero in nessun caso essere retroattivi;
  • Neutralità: le tasse dovrebbero essere mirate a raccogliere gettito con un minimo di distorsione economica, e non dovrebbero tentare di “microgestire” l’economia;
  • Promozione della crescita: le tasse dovrebbero raccogliere gettito per finanziare programmi di spesa pubblica consumando la minor frazione possibile di reddito nazionale, e dovrebbero interferire il meno possibile con crescita economica, commercio estero e movimenti di capitale;

E’ importante che questi princìpi fondamentali di una sana e solida politica fiscale vengano promossi anche nel nostro paese, per contribuire a promuovere la “consapevolezza fiscale” dei cittadini, nel tentativo di dare al fisco il ruolo che gli compete: quello di leva strategica promotrice della crescita economica, e non di strumento di vendetta sociale o di vessazione burocratica da parte di uno stato che ambisce a mantenere i cittadini in condizione di sudditi, limitandone la libertà.

Secondo le ultime statistiche disponibili, rese note lo scorso febbraio al momento della presentazione del progetto di bilancio federale per il 2008, la progressione del gettito fiscale federale è stata pari al 7.5 per cento medio annuo nel periodo dal 2002 al 2006. Un dato che dimostra l’inutilità delle richieste, soprattutto di parte Democratica, per un aumento delle tasse finalizzato a contrastare il deficit, e conferma la necessità del contenimento della spesa federale. Ciò che appare eclatante, nell’attuale legislazione fiscale statunitense, è l’enorme numero di deduzioni, crediti d’imposta ed esenzioni.

Nella terminologia del bilancio federale tali agevolazioni sono definite “tax expenditures“, espressione che potremmo approssimativamente tradurre “spese fiscali” per la loro somiglianza con la spesa governativa diretta. Occorre ribadire che quando esenzioni, crediti e deduzioni riducono il debito d’imposta di qualcuno, ciò significa che qualcun altro dovrà sopportare tale onere, sotto forma di maggiori imposte. Se lo stato non dovesse, attraverso le imposte, pagare i contribuenti per consentire ai medesimi di fare certe cose con il loro stesso denaro, il sistema delle imposte sul reddito potrebbe raccogliere lo stesso ammontare di risorse con aliquote d’imposta assai minori.

Tali deduzioni, crediti ed esenzioni vengono spesso approvati dal legislatore sotto l’azione di lobbying di gruppi organizzati d’interesse, talvolta senza solide giustificazioni in termini di policy, anche se mai senza efficaci argomenti retorici per il loro mantenimento. Tali tax credits rendono il sistema delle imposte sul reddito meno efficiente e creano inefficienze ed iniquità sul mercato.

Ad esempio, la deduzione degli interessi passivi sui mutui ipotecari è una delle agevolazioni fiscali più popolari e longeve presenti nel fisco statunitense. Essa crea un forte incentivo ad acquistare abitazioni più grandi o a pagare di più per quelle piccole. Il risultato netto è che i proprietari di casa statunitensi nel 2008 si terranno in tasca 89.4 miliardi di dollari che avrebbero dovuto pagare in imposte se questa deduzione non fosse esistita. Ma guardiamo al rovescio della medaglia: secondo gli ultimi dati (riferiti al 2004) diffusi dall’Internal Revenue Service l’aliquota d’imposta del 25 per cento, in assenza di questa agevolazione fiscale, avrebbe potuto essere ridotta al 19.4 per cento, mantenendo il gettito inalterato. Considerazioni analoghe valgono per le assicurazioni sanitarie che i datori di lavoro costituiscono, in esenzione d’imposta, a beneficio dei propri dipendenti: in questo caso le risorse sottratte all’erario ammonteranno, per l’anno fiscale 2008, a ben 160 miliardi di dollari, mentre il totale dei crediti per imposte pagate a stati e municipalità su reddito e patrimonio sottrarranno imponibile federale per 40 miliardi di dollari.

Come detto, queste deduzioni introducono elementi di complessità nella legislazione fiscale, e tendono a distorcere l’allocazione di risorse nell’economia ed il funzionamento dei mercati, attraverso la riduzione della base imponibile complessiva, cosa che richiede aliquote nominali più elevate per raccogliere un dato gettito fiscale. Studi recenti hanno calcolato che l’eliminazione dei tax loopholes libererebbe risorse per finanziare la riduzione dell’aliquota massima dell’imposta sul reddito personale dal 35 al 9 per cento, con tutto quello che da ciò conseguirebbe in termini di stimolo all’offerta di lavoro ed alla assunzione di rischio d’impresa.

Ecco perché siamo contrari a proposte come quella lanciata da Daniele Capezzone, nel suo manifesto politico-programmatico, che prevede crediti d’imposta per spese sanitarie e di istruzione. Questi loopholes fiscali tendono ad essere “catturati” dagli special interests, che si esibiscono negli abituali assalti alla diligenza per ottenere anche per sé altre agevolazioni che erodono base imponibile, aumentano complessità del sistema fiscale, e costringono a mantenere elevate le aliquote nominali a parità di gettito, perpetuando le distorsioni nell’allocazione delle risorse nell’economia. Vi siete mai chiesti quanti sono gli enti e le Onlus beneficiari del 5 per mille sulle tasse? Ve lo diciamo noi, sono più di 20.000. Non sarebbe stato preferibile ridurre le imposte personali sul reddito della stessa misura e lasciare ai singoli la scelta sull’utilizzo del maggior reddito disponibile così generato?

Un dato su cui riflettere, per lavorare a quella semplificazione fiscale che rappresenta una leva strategica per stimolare la crescita dell’economia ed ottenere le risorse necessarie alla redistribuzione.

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