La caduta degli dei

C’erano una volta gli hedge funds, mitologici strumenti d’investimento che affermavano di poter garantire ai propri fortunati sottoscrittori rendimenti positivi, costanti e regolari, sotto qualsiasi condizione di mercato. Rialzi o ribassi degli indici dei mercati finanziari per loro pari erano: il guadagno arrivava comunque, grazie ad un bouquet di strategie d’investimento diversificate,  differenziate e (soprattutto) decorrelate dall’andamento dei mercati. Del tutto scontato, quindi, il fatto che questi veicoli d’investimento richiedessero una remunerazione molto sostanziosa. Oltre alle commissioni di ingresso ed a quelle di gestione, era prevista una commissione d’incentivo, in media pari al 20 per cento della misura in cui l’hedge fund batteva il benchmark di riferimento. Poi, sulla verde vallata degli hedge fund, si abbatté la sciagura dei mutui subprime, ed il credit crunch da essi scatenato, e l’incantesimo si ruppe.

E’ di ieri la notizia che, nel mese di agosto, la quasi totalità delle strategie d’investimento attuate dagli hedge funds hanno perso denaro. Secondo Hedge Fund Research (HFR), dei venti indici giornalieri espressivi della performance di altrettante strategie di hedge funds, solo uno ha fatto segnare una variazione mensile positiva. Per contro, il Global Hedge Fund Index, che include una varietà di strategie, inclusa la celeberrima long-short, ha perso in agosto il 2,55 per cento. Nel secondo trimestre di quest’anno gli investitori hanno riversato negli hedge funds la cifra monstre di 41 miliardi di dollari, portando il totale dell’industria a 1.670 miliardi alla fine di giugno. Di questi 41 miliardi, circa un terzo sono stati impegnati in strategie long-short, che consistono essenzialmente nell’acquistare azioni considerate sottovalutate e vendere allo scoperto azioni ritenute sopravvalutate.

Il problema dell’industria degli hedge, secondo molti osservatori esterni, risiede nell’effetto-gregge causato dalle strategie di investimento perseguite da gestori che, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno un comune retroterra professionale (spesso anche accademico), e tendono quindi a comportarsi in modo identico, polarizzando i mercati.

Come finirà? E’ presto per dirlo, ma il mese di agosto ha segnato la fine del mito dell’hedge fund che guadagna “con ogni clima”, cioè la verosimile fine di strutture commissionali particolarmente esose. Altro idolo infranto sono le agenzie di rating. Ne abbiamo già scritto, evidenziando gli errori di assegnazione di rating eccessivamente elevati rispetto alle caratteristiche di emittenti ed emissioni, oltre alla sottovalutazione della probabilità di manifestarsi di condizioni “estreme” sui mercati, alla sostanziale superficialità nell’assunzione delle variabili di scenario e della loro evoluzione.

L’ultima picconata alla credibilità delle agenzie di rating viene dall’analisi di una società indipendente specializzata in analisi e strategia della struttura di capitale. Secondo CreditSights, il rating di tripla A, cioè di massima affidabilità creditizia, attribuito a strutture complesse denominate CPDO (Constant Proportion Debt Obligation), sarebbe frutto di clamorosi errori metodologici da parte delle Agenzie (o forse di qualcosa d’altro, più attinente al dolo che alla colpa), che hanno finito con l’assegnare il massimo merito creditizio a strutture basate sulla logica della martingala, cioè all’aumento della scommessa al verificarsi di una perdita sulla base dell’assunto che, statisticamente, non si può continuare a perdere al ripetersi della scommessa. E così, ad ogni default di aziende inserite nell’indice, il gestore del CPDO aumenta la leva finanziaria (cioè l’indebitamento), per recuperare le perdite, e così via fino alla rovina. Una follia di cui stanno pagando le conseguenze gli investitori che hanno acquistato tranche di CPDO rassicurati dal rating di tripla A, e che oggi si trovano con perdite dell’ordine del 70 per cento.

L’estate del 2007 sarà ricordata come quella della caduta degli dei della finanza e della loro millantata onniscienza. La prossima volta che entrerete nella vostra banca e vi sarà messa in mano la solita brochure patinata che magnifica i prodotti “a controllo del rischio”, ricordatevi di questo post.

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