Qui i cinesi non c’entrano

Due notizie agostane per collocazione temporale e gestione sbadata da parte di una soporosa stampa; in realtà due notizie molto importanti, che confermano ad abundantiam l’arretratezza di ampia parte della struttura distributiva italiana e l’indifferibile urgenza di mettere mano alle liberalizzazioni nel settore dei servizi.

Nel primo trimestre del 2008, secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nel nostro Paese il costo del lavoro nei servizi è cresciuto del 2,1 per cento rispetto al trimestre precedente e quello nell’industria dell’1,3 per cento, contro una media dell’area Ocse rispettivamente di 0,7 e 0,5 per cento. Dall’ultima fotografia scattata dall’organizzazione emerge che nei primi tre mesi dell’anno tutte le maggiori economie Ocse hanno registrato in media una «crescita moderata» del costo del lavoro unitario per i servizi. L’Italia figura al top della classifica degli aumenti, subito dietro l’Ungheria (+3 per cento) e la Slovacchia (+2,5 per cento), e ben oltre i livelli di altre grandi economie europee come Francia (+0,5 per cento) e Germania (+0,3 per cento).
L’unico Paese dove invece il costo del lavoro nei servizi è calato è la Corea (-0,4 per cento). L’Italia batte anche Usa e Giappone, dove si è avuto un aumento rispettivamente dello 0,8 e 0,2 per cento.
Rispetto al primo trimestre dello scorso anno, il costo del lavoro in Italia è cresciuto addirittura del 6,7 per cento: anche in questo caso tre volte di più che nell’area Ocse (+2,1 per cento), e in testa alla classifica dei Paesi dove il costo del lavoro corre a ritmi più alti (+10 per cento in Ungheria e +6,7 per cento in Slovacchia).
Aumenti più contenuti dei costi si registrano invece nell’industria, dove comunque l’Italia si posiziona al di sopra della media dei Paesi Ocse: «Nell’industria – evidenzia l’organizzazione – i costi unitari del lavoro sono continuati a crescere» nei primi tre mesi del 2008, con un +0,5 per cento sia per l’area Ocse che per il G7 e un più modesto +0,2 per cento per l’Euro-zona. L’Italia risulta tra i Paesi dove il costo del lavoro cresce di più, assieme a Canada (che guida la classifica con +2,4 per cento), Norvegia, Australia, Nuova Zelanda e Danimarca.

Rispetto al primo trimestre 2007 il costo del lavoro nell’industria italiana è cresciuto di ben il 4,5 per cento, contro il +0,5 per cento della zona Ocse e il +0,1 per cento dell’Euro-zona. La performance italiana stride in particolare al confronto con altri paesi del G7, come Francia e Germania, dove i costi del lavoro sono persino diminuiti (rispettivamente -0,1 e -0,3 per cento rispetto al trimestre precedente). O come Usa e Giappone dove, dopo diversi mesi di calo (sei anni per il Giappone), il costo del lavoro tra gennaio è tornato a crescere (rispettivamente +0,3 e +0,6 per cento), ma è comunque diminuito rispetto allo scorso anno.

Ora, di questi dati manca la disaggregazione, ma d’acchito è piuttosto improbabile che tale progressione del costo del lavoro sia frutto di stagioni di rinnovi contrattuali concentrati nello stesso periodo e/o di forti incrementi di produttività settoriale. In particolare, sembra confermarsi la scarsa competizione esistente nel settore dei servizi italiani, il nostro “terziario arretrato”, fatto di rendite di posizione e confortevoli (per gli intermediari) ricarichi lungo la filiera che porta dalla produzione alla distribuzione. Superfluo notare che, in un contesto di cambi fissi, questa inflazione domestica generata dal settore dei servizi (che in larga misura sono anche beni non commerciabili a livello internazionale) è alla radice della riduzione del potere d’acquisto dei consumatori e della stagnazione dei consumi che trova contraltare, dal versante delle retribuzioni, nell’ancora elevato cuneo fiscale. Il costo del lavoro per unità di prodotto cresce molto, rispetto ai nostri competitori internazionali, ma il netto in busta resta esiguo. E questa è la prima linea d’intervento che un governo consapevole delle vulnerabilità strutturali del proprio paese deve perseguire: ridurre il cuneo fiscale.

L’altra notizia, che si collega alla prima, è relativa al dato che emerge da uno studio della Banca d’Italia che punta il dito contro la struttura dei mercati all’ingrosso italiani: vecchi, frammentati, scarsamente informatizzati e con orari di apertura poco flessibili che ostacolano lo sviluppo della concorrenza.
«Nel corso degli ultimi tre anni – spiega la ricerca – con riferimento a un paniere di prodotti orticoli costruito in modo omogeneo, la differenza tra il prezzo alla produzione e quello all’ingrosso risulta in Italia superiore al 100 per cento, contro un valore mediamente del 60 per cento in Spagna e in Francia».
L’analisi di Palazzo Koch mette in luce un dato preoccupante: «In questa fase per l’Italia – si legge nello studio – utilizzando i dati dell’istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea), si osserva un incremento medio di prezzo superiore al 50 per cento; nel complesso, dal produttore al consumatore, il ricarico totale del comparto è mediamente del 200 per cento».

È la struttura della filiera a determinare il prezzo ultimo: più essa è lunga, più caro sarà il bene acquistato dal consumatore finale. L’indagine, che si avvale anche dei risultati di uno studio dell’Antitrust, sottolinea come il ricarico risulti inferiore all’80 per cento «nel caso di filiere cortissime (passaggio diretto dal produttore al venditore)» ma «prossimo al 300 per cento nei casi in cui siano presenti 3 o 4 intermediari oltre al produttore e al distributore finale». E dall’indagine emerge che la grande distribuzione italiana acquista direttamente dal produttore in meno di un quarto dei casi, ricorrendo invece a più di un intermediario per quasi il 40 per cento degli acquisti, «a causa dell’elevata stagionalità e deperibilità dei prodotti o a fronte di una scarsa organizzazione della produzione agricola».
I venditori ambulanti risultano invece la tipologia distributiva con la filiera di approvvigionamento più corta, «rappresentata in circa il 60 per cento dei casi da un solo intermediario, coincidente di norma con il mercato all’ingrosso».

Sotto accusa finisce anche la struttura dei mercati all’ingrosso italiano, che «si caratterizza ancora per la presenza di una moltitudine di strutture di piccola dimensione. A fronte dei 19 mercati all’ingrosso esistenti in Francia e dei 23 in Spagna, in Italia sono presenti quasi 150 strutture», il 90 delle quali ha «una dimensione pari a meno di un quinto di quella delle realtà minori in Francia e Spagna». Inoltre in esse si svolge solo il 30 per cento degli scambi, contro il 50 o più per cento di Spagna e Francia.
A ciò va aggiunto che «poco meno della metà delle strutture italiane risale agli anni sessanta e settanta e quasi un terzo è antecedente alla seconda guerra mondiale». Soprattutto al Sud, «il complesso dei mercati all’ingrosso si presenta insufficiente a trattare un’offerta agricola rilevante, ridistribuendola verso altri mercati di sbocco». Questo anche perché lo sviluppo di piattaforme distributive interne al mercato è «iniziato in Italia in ritardo rispetto agli altri Paesi europei».
Quasi sempre, poi, «manca un sistema informatico adeguato sia per la rilevazione dei prezzi sia per garantire la tracciabilità dei prodotti», mentre l’ampliamento degli orari di apertura «che consente di accrescere il grado di concorrenza tra gli operatori, oltre a offrire un maggior servizio all’utenza», ha trovato sinora «scarsa applicazione» soprattutto al Nord, dove i mercati sono aperti spesso solo la mattina. Fanno eccezione il mercato di Fondi e di Roma, aperti nell’arco di tutta la giornata.

Che dire? Esiste la diagnosi, e pure la terapia. Il legislatore deve muoversi lungo la direttrice di una profonda ristrutturazione della filiera agroalimentare, agendo sulla struttura dei mercati all’ingrosso in modo da ridurne la frammentazione che, causando dimensioni economicamente subottimali, è alla radice dei forti ricarichi distributivi. Linea d’intervento che va integrata con la compressione del cuneo fiscale e la liberalizzazione di ampi settori del terziario, soprattutto a livello di servizi pubblici locali, la roccaforte del socialismo parassitario e partitico italiano, dove si annida ampia parte dell’inflazione prodotta dai costi della politica. Ci aspetteremmo quindi, dopo la pubblicazione di queste notizie (che certo non giungono inattese) un’azione governativa precisa e puntuale, fors’anche la calendarizzazione di un consiglio dei ministri dedicato all’adozione di misure di liberalizzazione. Ci attendiamo iniziative del ministro delle Politiche Agricole e di quello dello Sviluppo Economico, sotto l’egida del premier.

Ci aspettiamo, per contro, di non sentire altre “spiegazioni” del ministro dell’Economia sui cinesi, la globalizzazione, Goldman Sachs, l’assenza dell’euro di carta, la “speculazione” alla base dell’inflazione; di non sentire più il ministro delle Politiche Agricole vaneggiare di “prezzi di stato” per il pane; di non sentire più il ministro dello Sviluppo Economico parlare di un’Italia “pronta ad entrare nel club nucleare” (peraltro finora in assenza di ogni e qualsiasi iniziativa concreta), manco fosse un dignitario pakistano che mostra i denti all’India. Ci aspettiamo di non sentire più il premier invitare “le massaie” a cercare con attenzione il negozio che pratica i prezzi migliori. Ci aspettiamo di non sentire più tutte queste affabulazioni rubate al canovaccio di Cappuccetto Rosso, e per un motivo banale: quello che deve essere fatto per ammodernare la distribuzione, liberalizzare i servizi e contenere il costo del lavoro senza penalizzare le retribuzioni è ormai ampiamente noto ed acquisito, basta solo agire. Nel caso specifico, anche senza impiegare l’esercito.

UPDATE: riguardo il ministro delle Politiche Agricole, siamo stati troppo ottimisti. Il personaggio continua a parlare di speculazione e solidarietà. Non parla della filiera ma di quei cattivoni della grande distribuzione, e propone il low cost alimentare, partendo dal packaging. Superfluo ma non troppo dire che questa “soluzione” non incide minimamente sulla struttura distributiva, ma è solo un tentativo dell’autorità politica di fare marketing, preservando la rendita di posizione di molti soggetti della filiera degli intermediari. Quando i ministri si renderanno conto che devono tutelare l’interesse generale e che non sono sindacalisti, sarà sempre troppo tardi.