Levitas gravis

Su Panorama di questa settimana l’impareggiabile Carlo Rossella magnifica il ritorno della messa in latino, che definisce “una delizia per lo spirito”, e “destinata ad un grande futuro perché oltre che a tradizionalisti ed aristocrazia piace anche ai giovani”. Il pezzo è un’occasione/pretesto per Rossella per esprimere la propria struggente nostalgia per la chiesa del rito tridentino, e la cristiana rassegnazione con cui i praticanti come lui sopportano da un quarantennio i riti introdotti dallo “strappo lacerante” del Concilio Vaticano II, tra i quali vi era l’abbandono del latino ed il ricorso a “canti popolari, litanie scontate, chitarre ed in certi paesi anche tamburi, come nella famigerata Missa Luba”, in luogo del canto gregoriano e dell’avvolgente misticismo che esso contribuisce a diffondere sulle Scritture rivelate in latino.

Fedele al proprio personaggio di ineguagliabile esperto in frivolezze e varie caducità, Rossella si lancia poi nella riedizione della sua personalissima Guida Michelin, applicandola al sacro tradizionale:

La messa in latino, che a Roma è di moda tra aristocratici della vecchia nobiltà nera (la principessa Alessandra Borghese non se ne perde una) e tra i giovani nobili (il principe Francesco Moncada di Paternò), ha un grande passato ma è destinata ad avere anche un notevole futuro, visto il numero in crescita dei ragazzi che in tutta Italia seguono il rito tridentino. La migliore messa, per ora, è, mi dicono, quella che si celebra ogni giorno alla Chiesa della Misericordia di Torino, ma anche a Roma, in via Leccosa, dietro Palazzo Borghese, ci si è dato un gran da fare per rendere il rito splendido e molto ancien régime.

In questa descrizione si coglie la stessa leggerezza (anzi, levitas, per essere in tema) con la quale Rossella abitualmente ci illustra i più esclusivi milieux del jet set internazionale: quelli della Perrier al limone, dei fashion show, degli évènements, dei locali dove potete sorseggiare il migliore mojito del deserto del Mojave, attorniati da eleganti coyote della Maison Dior. E c’è anche una spolverata di dress code, su questa restaurazione tradizionalista:

“Per gli uomini è gradito l’abito scuro con camicia candida e cravatta scura. Alle donne si consiglia il velo nero che copre le orecchie ma mette in risalto il volto e gli occhi. Si trovano ancora veli in pizzo o in tulle nei cassettoni della nonna o in certe mercerie di provincia, a côté di santuari e cattedrali.”

A côté, bien sur, perché dire “affianco” è così plebeamente postconciliare, signora mia.