Modelli americani: i bordelli del Nevada per Giulio Tremonti

I bordelli autorizzati del Nevada chiedono allo stato di essere tassati, come misura difensiva contro un cambiamento di orientamento dell’opinione pubblica che potrebbe rendere di nuovo illegale la prostituzione nel Nevada, come in altri stati dell’Unione.

Il lobbista George Flint, direttore della Nevada Brothel Association, sta da mesi sollecitando i legislatori statali per ottenere l’introduzione di una tassa che richiederebbe ai 25 bordelli autorizzati ad operare nello stato di versare all’erario una tassa commisurata al numero di prestazioni sessuali erogate.

Il Nevada è l’unico stato dove la prostituzione è legale, ma in base alla legislazione è limitata alle contee con meno di 400.000 residenti, il che esclude quelle di Clark (dove si trova Las Vegas) e Washoe, che ospita Reno. Vi sono circa 225 prostitute con licenza statale, e nessuna contea ammette bordelli riservati alla prostituzione maschile.

Dal 1971, quando la prostituzione è stata legalizzata, il Nevada ha acquisito oltre due milioni di residenti e si è spostato verso posizioni più socialmente conservatrici. Per questi motivi il lobbysta Flint ritiene che l’introduzione di una imposta sulla prostituzione servirebbe da polizza di assicurazione contro eventuali pronunciamenti proibizionisti del legislatore statale. Il pagamento della tassa potrebbe essere quindi usato come moneta di scambio per estendere l’attività dei bordelli legalizzati anche a Las Vegas e a Reno. In un momento di crollo del gettito fiscale statale, con un buco di 2 miliardi di dollari, l’emersione di una prostituzione peraltro già ubiqua e pervasiva servirebbe a produrre gettito impiegabile per non tagliare su servizi essenziali per la comunità. A patto di disegnare bene il mercato della prostituzione legalizzata, evitando restrizioni di offerta come quelli indotti dal sistema delle licenze, o eccessiva pressione fiscale, che riporterebbe  il settore nell’ambito dell’economia informale.

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