Antonio Martino sulle nazionalizzazioni bancarie

Prendendo le mosse dalla nazionalizzazione della Continental Illinois Bank, descritta sul Wall Street Journal da William Isaac, all’epoca presidente dell’ente federale di assicurazione dei depositi (FDIC), il professor Antonio Martino si schiera contro la nazionalizzazione come modello di gestione e risoluzione dell’attuale crisi. Alcune motivazioni e considerazioni sono del tutto condivisibili, altre meno.

Ad esempio, è innegabilmente vero che il caso della Continental Illinois Bank, che restò in mano pubblica per sette anni, con un costo per i contribuenti pari a 1,6 miliardi di dollari, non può essere preso a modello, data la minore entità degli attivi coinvolti, pari a circa il 2 per cento del totale nazionale. Ma è assai meno comprensibile la motivazione che Martino usa per paventare il rischio di “contagio del salvataggio” all’intero sistema bancario americano:

La ragione è semplice: se con la nazionalizzazione il governo federale afferma il principio che, se una determinata banca versa in gravi difficoltà, il governo interviene acquistandola, gli speculatori al ribasso finirebbero col mettere nei guai, una dopo l’altra, tutte le banche.

Qui c’è qualcosa di molto simile ad un salto quantico: in primo luogo, lascia perplessi il fatto che un liberista come Martino additi i presunti “untori” della speculazione ribassista come determinante della nazionalizzazione di sistema. Poi, ammesso e non concesso che la speculazione ribassista disponga delle munizioni (e della possibilità operativa) per attaccare le banche producendo un effetto-domino, ci sono due possibilità: o la speculazione sbaglia, e in tal caso verrebbe spazzata via dai propri errori, oppure la speculazione ha ragione, e in questo caso non si vedono alternative alla nazionalizzazione o liquidazione di banche che si è dimostrato essere insolventi.

Martino poi afferma che uno dei motivi della impossibilità di procedere a nazionalizzazioni propedeutiche alle successive privatizzazioni sarebbe l’assenza di compratori, date le enormi dimensioni delle banche coinvolte. Questo è un problema più apparente che reale: molte delle attuali zombie banks, dopo la nazionalizzazione, potrebbero subire un processo di breakup (lo “spezzatino”) ed essere successivamente rivendute a pezzi, per rami d’azienda. Non sta scritto in nessun testo sacro che una banca globale non possa essere rivenduta come sommatoria di banca commerciale, società di credito al consumo, banca d’investimento, società di intermediazione mobiliare, assicurazione.

Ancora un’obiezione di Martino:

Infine, chi potrebbe gestire uno di questi colossi bancari dopo che i manager attuali sono stati licenziati? Sarebbe difficile trovare le persone adatte specie dopo l’imposizione, voluta da Obama, di un limite alla paga dei dirigenti delle banche che vengono aiutate dal governo federale.

Questo è un altro falso problema. In primo luogo, è singolare (e non risponde al vero) pensare che il mercato globale dei top manager bancari sia talmente asfittico da esaurirsi agli attuali vertici delle banche americane. E che vertici! Stiamo parlando di gente che ha distrutto valore per decine di miliardi di dollari e che viveva immersa in una realtà onirica fatta di assai tangibili bonus a molti zeri. Siamo sicuri che costoro sono insostituibili? Il tetto di 500.000 dollari annui, inoltre (che supera di 100.000 dollari il compenso del presidente degli Stati Uniti), è limitato ai compensi monetari correnti e non vale per stock option ed altre forme di remunerazione differita; potrebbe essere ridisegnato in modo da premiare i manager che compiranno il turnaround, rilanciando la banca nazionalizzata e traghettandola verso la nuova privatizzazione. A certi livelli, quando i “bisogni primari” sono soddisfatti (e mezzo milione di dollari annui non corrisponde esattamente al reddito minimo vitale), le leve motivazionali sono altre: il top manager trae significativa e adrenalinica gratificazione dall’impresa epica di risanare un colosso economico. Pensate a Lee Iacocca con Chrylser, trent’anni adidetro.

Che fare dunque?

Isaac conclude sostenendo che in queste condizioni la nazionalizzazione non costituisce un rimedio praticabile e che l’amministrazione dovrebbe dichiarare che nessuna delle maggiori banche verrà nazionalizzata e che il governo federale farà quanto è necessario a garantire la solvibilità del sistema bancario nel suo complesso. Così facendo, si eviterebbe l’instabilità finanziaria, il ripetersi delle violente oscillazioni del prezzo delle azioni bancarie che hanno caratterizzato gli ultimi tempi.

Questa linea di condotta è molto simile a quanto fatto da Tesoro e Fed dall’estate del 2007, quando la crisi dei subprime si manifestò come prodromo dell’attuale devastazione. Garantire ad ogni costo la solvibilità del sistema finanziario produce la distruzione dei conti pubblici e tiene in vita banche che sono tecnicamente fallite, incentivando enormemente il moral hazard del management incumbent. Una ricetta infallibile per istituzionalizzare quella instabilità che si vorrebbe combattere.

Conclude Martino:

Il dovere dello Stato nei confronti delle banche è quello di evitare una crisi sistemica: il fallimento di un gran numero di banche trasformerebbe la crisi in una catastrofe. Ma un conto è operare come “prestatore di ultima istanza”, fornendo alle banche la liquidità necessaria per far fronte a crisi temporanee, tutt’altra cosa è assumersi la responsabilità di gestire direttamente l’istituto di credito. Abbiamo una lunga esperienza di come opera lo Stato gestore e non è stata una bella esperienza.

E’ verissimo che lo “stato-gestore”, soprattutto in Italia, ha dato pessima prova di sé. Ed è altresì vero che impedire il collasso sistemico rappresenta la missione di ogni governo. Ma fornire liquidità a banche insolventi è un esempio di errata diagnosi che porta all’uso di errati strumenti. Da questa crisi usciremo comunque con un rilevante danno: l’aumento considerevole delle dimensioni del settore pubblico. Occorre scegliere la migliore tecnica di riduzione del danno, e la nazionalizzazione di banche-zombie va in questa direzione: salvaguardare i depositanti, azzerare gli azionisti ordinari, attuare (se necessario) una decurtazione del valore nominale dei crediti, e/o trasformarne parte in capitale azionario.

L’alternativa, dopo il “secolo americano”, è un decennio (e forse oltre) in stile giapponese, cioè perduto.