Bravi. E ora, a lavorare

La domanda sorge spontanea: Gianfranco Fini è destinato a diventare il soprammobile, pregiato ed un po’ ingombrante, del Pdl? A sentire il suo intervento al congresso fondativo del partito, e soprattutto alcune reazioni “di peso”, tra il fastidio e la puntualizzazione, la risposta pare affermativa. La cosa che più colpisce è che Fini ha pronunciato concetti di senso comune, non particolarmente dirompenti. Il misto di sorpresa e sollievo che ha colto chi, come noi, crede alla possibilità che anche in Italia si possano affermare alcuni princìpi liberali di base, è indicativo del clima politico che si respira in questo paese. Fini ha parlato della necessità di riformare la seconda parte della Costituzione in modo condiviso con l’opposizione (appena la ritroviamo, e potrebbe volerci un po’), di società multietnica e del rifiuto dello “stato etico”, quello che ha finora legiferato in modo invasatamente farsesco sul testamento biologico “all’italiana”. Un discorso strutturato e problematico, che esprime posizioni scomode che mal si addicono ad un partito costruito su granitiche certezze.

Dell’inadeguatezza culturale di ampia parte dei notabili del Pdl rispetto alle posizioni espresse da Fini si è avuta immediata conferma dal presidente del Senato, Renato Schifani, che, avendo perfettamente chiaro il significato dell’espressione “laicità dello Stato”, sul testamento biologico ha rivendicato la necessità di “colmare un vuoto normativo”, e successivamente ha fatto merenda con una ricca porzione di cavoli. O le visioni (in senso lato) del ministro del Welfare Maurizio Sacconi, neo-ateo devoto confesso, che nei giorni scorsi ha parlato di questa legge come di un momento di sintesi, “nella dimensione di una laicità che non può non incorporare i principi cristiani“, con citazione d’ordinanza (e a sproposito) di Benedetto Croce. Oppure ancora, dalle fila del partito di provenienza di Fini, l’immediata dissociazione di Gianni Alemanno, nei cui interventi pubblici si coglie la terrorizzata consapevolezza di essere soprattutto il preposto in Campidoglio della Curia romana.

Fini ha parlato anche del concetto-totem di questo centrodestra italiano, che aspira ad essere tesi ed antitesi, maggioranza ed opposizione: l’economia sociale di mercato. Concetto astrattamente condivisibile, ma soprattutto omnibus, dentro il quale ci potete mettere tutto ed il contrario di tutto: dal primato della sussidiarietà alle nazionalizzazioni, passando per le ottocentesche ed un po’ confuse visioni di Giulio Tremonti. Noi auspichiamo che, spentesi le luci della ribalta, né a Fini né al resto dei “protagonisti” del Pdl sfugga l’indifferibile necessità di compiere una riflessione “vera” (cioè con adozione di misure operative) sul fatto che l’Italia non cresce da almeno un quindicennio. Cioè dall’avvio del processo di convergenza all’euro. E non certo per “colpa” della moneta unica, ovviamente, quanto per l’assenza di strutture economiche libere e liberalizzate. E’ confortante vedere che, dopo molti anni di polemiche prive di senso e più propriamente sciocche, anche il centrodestra italiano è riuscito a smettere di indicare (e criminalizzare) il dito. Al momento continua a non riuscire a scorgere la luna, ma siamo fiduciosi che prima o poi il bersaglio grosso venga individuato. In questo tripudio di padri nobili e Pantheon gonfiabili continua a sfuggire che l’obiettivo devono essere profonde riforme economiche su professioni, servizi pubblici locali, welfare, università, mercato del lavoro. Ora non si può, hanno detto in coro Sacconi e Tremonti, i dioscuri socialisti di questo “partito di popolo”, prima la pace sociale. Da raggiungere per via incrementale, nella cornice di una crisi fiscale conclamata, che è causa ed effetto della stagnazione del paese. Non pare esattamente una buona idea.

Finora, la comunicazione ha fatto premio sulla realtà: vi proteggeremo, nessuno rimarrà indietro, ne usciremo meglio di altri. Come più volte segnalato, non c’è assolutamente nulla che autorizzi a pensare che l’Italia stia gestendo meglio di altri quei problemi che addirittura avrebbe in misura inferiore ad altri. Tutte le metriche indicano l’opposto, a dire il vero, proprio perché partiamo da una base di condizioni strutturalmente fragili. Questo è un surreale meme, che stiamo continuando a ripetere ossessivamente. La stessa proiezione del rapporto tra debito e Pil, a fine 2010, conferma che il potenziale di guai per questo paese resta molto alto. Quindi, va bene l’orgoglio di essere italiani (chi scrive ha pochi motivi per sentirlo, anche per storia personale, ma è notoriamente un rinnegato), va meglio il messaggio di fiducia in un sistema che da sempre sfida la forza di gravità; ma forse qualche riforma di struttura, anche impopolare, non guasterebbe. Perché non si può credere e far credere che tutto si possa gestire e risolvere dando la caccia ai clandestini nel pronto soccorso o facendo votare i soli capigruppo parlamentari perché “i poteri del premier sono finti“.

Comunque sia, bravo Fini, e auguri. Ne avrà bisogno.