I misteriosi protocolli di Zaia sugli Ogm

di Piercamillo Falasca (via Libertiamo)

In un recente intervento pubblico, il premio Nobel Rita Levi Montalcini si è interrogata sulla paura per gli Ogm, così diffusa nell’opinione pubblica e spesso subita – quando non cavalcata – dalla politica. La senatrice a vita l’ha definita “una forma di superstizione”, da combattere “come tutte le cose inesistenti che possono essere più pericolose di quelle esistenti”. Avendo in gran dispetto lo Stato etico, figurarsi se noi di Libertiamo sopporteremmo un eventuale Stato “superstizioso”. E non c’è dubbio che di superstizione si nutre l’ideologia ambientalista dominante: sul riscaldamento globale, sul nucleare, sugli organismi geneticamente modificati. Ogni dato confuso e ogni teoria strampalata possono servire a confermare la diffidenza anti-industriale e anti-mercato alla base dell’ambientalismo politicizzato.

Il governo Berlusconi sta dimostrando un approccio pragmatico nei confronti dell’ambiente: lo confermano la presa di posizione sul protocollo di Kyoto e l’apertura all’energia nucleare. Eppure, sugli ogm, prevale una linea tanto timida da apparire ambigua, come abbiamo sottolineato in un precedente articolo. Al ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia, va purtroppo addebitata buona parte di tale ambiguità. Il 20 novembre 2008 Zaia ha convocato la Conferenza Stato-Regioni, affinché questa si esprimesse sullo schema di decreto ministeriale relativo all’adozione di nove protocolli tecnico-operativi per la sperimentazione di altrettante colture geneticamente modificate in campo aperto (actinidia, agrumi, ciliegio dolce, fragola, mais, melanzana, olivo, pomodoro, vite). Si è trattato di un passaggio obbligato dell’iter stabilito dal passato Governo Berlusconi, con il decreto ministeriale 19 gennaio 2005 sulla ricerca in materia di ogm. Per ciascuna coltura, i protocolli regolano le garanzie a carico dello sperimentatore, le modalità da impiegare per preparare e gestire l’area di rilascio, i piani di monitoraggio, le misure da adottare dopo l’emissione, la sorveglianza e i piani di emergenza.

“Non ci vedo nulla di male nelle sperimentazioni”, dichiarò il ministro alla vigilia dell’incontro con le amministrazioni regionali, pur sottolineando la sua personale avversione agli ogm. Personale e padana, aggiungeremmo ad onor del vero. “Siccome ci sentiamo dire che gli ogm fanno bene e da altri che fanno male noi avremo il diritto di comprovare”, disse il ministro. Parve una scelta “laica”, di chi sa separare le proprie convinzioni dalle esigenze di sviluppo e di innovazione del Paese.
La Conferenza Stato-Regioni ha approvato lo schema di decreto, alcune Regioni (come prevede l’iter) sono già pronte ad individuare i siti idonei alle sperimentazioni. Peccato che il decreto contenente i protocolli tecnico-operativi non sia stato mai pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ma giaccia triste e sconsolato in un cassetto della scrivania del ministro leghista. Senza motivazione ufficiale alcuna.

La mancata emanazione del decreto ministeriale appare un estremo e goffo tentativo di rimandare sine die l’avvio delle ricerche in campo aperto. Quel cassetto va aperto e quei protocolli vanno firmati: il Governo eviti una chiusura ideologica e superstiziosa sugli ogm e renda possibile in Italia una ricerca rigorosa sulle tecniche di modificazione genetica, in grado di incrementare senza rischi per la salute e l’ambiente la quantità e la qualità delle produzioni. Lo sviluppo tecnologico non è un nemico dell’agricoltura italiana, ma una possibile leva strategica, sia sotto il profilo ambientale che sotto quello economico.

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