Il compagno Gianfranco e il sondino di scambio

Le dichiarazioni di Gianfranco Fini sul testamento biologico sono, al solito, l’ennesima manifestazione di buonsenso (nell’accezione inglese del termine, commonsense, che sconfina nella banalità). Qualcuno potrebbe ragionevolmente affermare che in questa frase

«Non voglio fare nessuna crociata contro i cattolici, per i quali ho il massimo rispetto, ma chi dice che su queste questioni decide la Chiesa e non il Parlamento per me è un clericale. Io dico di no, spetta al Parlamento decidere». «Ogni cittadino e ogni parlamentare deve rispondere alla sua personale coscienza. Su questioni relative alla vita e alla morte non ci può essere un vincolo di maggioranza o di partito»

Oppure in questa

«Non credo che si tratti di favorire la morte ma di prendere atto della impossibilità di impedirla, affidando all’affetto dei familiari e alla scienza dei medici la decisione»

vi sia qualcosa di rivoluzionario o di sovversivo del ruolo istituzionale di chi le ha pronunciate?

Poi, potremmo anche affermare che la replica di Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello è formalmente ineccepibile, visto che al Senato vi è stato un voto segreto che sul ddl Calabrò ha evidenziato un consenso esteso ben oltre il perimetro della maggioranza. Il problema è che sul diritto all’autodeterminazione della persona, e più in generale sui diritti civili, sarebbe opportuno non adottare la logica della maggioranza, né semplice né qualificata, per ovvi ma pare non troppo evidenti motivi.

Questa vicenda della legge sul testamento biologico si conferma un case study di disprezzo della volontà individuale, di ignoranza, malafede e tatticismo spicciolo caratteristico della peggiore politica italiana. E così ascoltiamo Gianni Alemanno dichiararsi d’accordo con la “mediazione” (che in realtà è una dichiarazione di guerra) del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, sulla necessità di “fermare le bocce”, ma solo dopo aver introdotto l’obbligo di alimentazione ed idratazione forzata. Obbligo che Alemanno definisce “diritto”, non è chiaro di chi, nel momento in cui l’individuo dichiarasse, nella pienezza delle proprie facoltà mentali, di voler rifiutare questo trattamento.

Interessante anche la posizione del sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, che sul tema chiede retoricamente: “chi deve decidere: lo stato-Leviatano o l’interessato ed i suoi cari?”. Confortante evoluzione, provenendo dall’esponente di un partito che da sempre ha fatto dell’adorazione del Leviatano la propria ragione di esistere. Insomma, grande è la confusione sotto il cielo della politica italiana, soprattutto sui temi etici. Poi, a pensar male si fa peccato, ma non dimentichiamo che la legge sul testamento biologico rappresenta un’eccellente moneta di scambio con le gerarchie ecclesiastiche. Per il premier, tra una Perdonanza e l’altra; per i leghisti, che potrebbero barattare il ddl Calabrò con la speranza di un’opposizione un po’ meno vocale della Chiesa  sul tema della repressione dell’immigrazione clandestina, e non dover giocare al Capitan Fracassa col Concordato. Roma e la Padania valgon bene un sondino. Resta che etichettare Fini come “il leader del Pd”, come fanno oggi i soliti leghisti ed un sopravvalutatissimo personaggio che il permanente stato confusionale che regna in questo paese riesce a definire “intellettuale di destra”, fa parte dell’abituale teatrino della politica italiana. Figuranti e mandanti inclusi.

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Piccola nota a margine: oggi il Tg1 di Minzolini dà ampio spazio alle repliche a Fini. Tutto bene se non fosse che ieri, nel servizio da Genova, anziché citare o riassumere il pensiero del presidente della Camera sul rapporto tra laicità e Chiesa, la sintesi era stata “Fini chiede modifiche alla legge sul testamento biologico”. We deceive, you believe.

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