Il Mago di SondriOz

Prima rappresentazione della stagione teatrale 2009-2010 per il nostro vulcanico ministro dell’Economia. Si è tenuta a Rimini, al Meeting di Comunione e Liberazione, dove ogni anno di questi tempi si riunisce la sedicente “classe dirigente” (politica, sindacale, imprenditoriale) di un paese allo stremo, imbarbarito e rammollito dal proprio networking paraculo travestito da finta conflittualità, ad uso delle curve di blogger. Tremonti ricorre all’abituale e consunto repertorio fatto di derisione, alterazione psichedelica della realtà ed arroganza tout court, visto che definirla “arroganza intellettuale” appare decisamente fuori luogo. Gli economisti non hanno visto arrivare la crisi, dice Tremonti. Sarà vero? Forse si, forse no. Lui sostiene di averla vista arrivare già dal 1995, pensate un po’. Le cose non stanno esattamente in questi termini.

Tremonti lamenta da molti anni che la globalizzazione avrebbe portato sconvolgimenti biblici, in virtù del bel “modello superfisso” che ha incastonato in testa:

“Se il numero di bovini da latte o da carne che ci sono nel mondo resta fisso, ma sale la domanda di latte o di carne, allora i prezzi non restano uguali ma salgono anche loro”.

Scriveva nelle prime pagine de “La paura e la speranza“. Tutto è dato, nel mondo di Tremonti inflazionista: capitale, lavoro, tecnologia, quadro istituzionale. Quindi, anche l’output non può variare, resta eterno come la costante di gravitazione universale. Oggi a Rimini Tremonti ha ribadito il concetto:

“Ho sempre pensato che ci sarebbe stata una crisi economica causata dalla globalizzazione”

Nessuno però gli ha ancora spiegato che il detonatore della crisi non è stata la globalizzazione, ma l’eccesso di credito e la politica monetaria follemente espansiva della Fed di Alan Greenspan (e di Ben Bernanke, per amor di dettaglio). Il mondo non era e non è superfisso, vista l’espansione degli scambi e il credito facile, oltre al sistema di peg valutario adottato dalle principali economie asiatiche, memori del crack del 1997 e dell’esigenza di accumulare una war chest di riserve per fare marameo alle ricette deflazionistiche del Washington Consensus di cui (era) araldo il Fondo Monetario Internazionale prima maniera. Ma Tremonti è colombiano, nel senso di Cristoforo: buscar el Levante por el Poniente. Vedeva la crisi arrivare da Est, e la vedeva inflazionistica, per crescita della domanda a fronte di output dato e immutabile. La crisi, invece, è arrivata da Ovest, dall’easy money americano e dal credito di fornitura asiatico, e ora sta prendendo le fattezze di una deflazione. Come anche i cartomanti potranno agevolmente constatare, Tremonti aveva capito tutto.

Sempre oggi a Rimini, il ministro si è poi dedicato al suo sport preferito: la critica alle banche, affamatrici dei popoli. “Salvate il popolo, non le banche”, cita dottamente il tributarista valtellinese. Che è il fratello gemello di quel signore che, nei mesi scorsi, “ordinava” all’Europa di allinearsi alle nuove regole contabili statunitensi, quelle del mark-to-fantasy. Pare si tratti di famiglia numerosa: un altro gemello di Tremonti anni addietro stava per introdurre la mortgage equity extraction in Italia, per sostenere i consumi. Il Tremonti di oggi attribuisce la colpa dell’esplosione della spesa pubblica alla necessità di salvare banche e banchieri. Sarà, ma come spiega il ministro lo sfondamento della spesa pubblica italiana, visto che da noi non è stato necessario salvare le banche? E ancora: sarebbe il ministro così gentile da farci sapere come pensa di aver “aiutato il popolo” con una delle manovre più striminzite del mondo, al limite della stretta fiscale?

A meno di pensare che l’intera prosa tremontiana si basi sul tentativo di sostituire ai “soldi veri” (come direbbe la Marcegaglia), che non ci sono, gli spiccioli del populismo anti-banche, che in un paese immerso nella realtà virtuale quale è l’Italia può ancora funzionare. E dio stramaledica gli economisti.