Verso gli scogli

E così, la montagna tedesca ha partorito un topolino avvelenato. Ottenuta la ratifica francese, Angela Merkel dirà domani, nel vertice europeo, che la Grecia deve rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale, ma solo in caso di imminente catastrofe (cioè impossibilità a finanziarsi sui mercati), e che solo dopo l’intervento di quest’ultimo i singoli paesi europei potranno intervenire con prestiti bilaterali a condizioni negoziate separatamente. La Merkel potrà quindi dire ai suoi connazionali che dalla Germania non arriverà un euro, la Corte costituzionale tedesca sarà soddisfatta, e vivranno tutti felici e contenti.

Ma anche no, visto che la Grecia ha più volte ribadito che intende accedere ai mercati del debito “alle stesse condizioni medie europee”. Come coglierebbe chiunque (esclusi i tedeschi, s’intende), l’aspirazione greca è in palese contrasto con lo scenario di prestito d’emergenza previsto dalla posizione franco-tedesca. Assai più banalmente, la Germania (ma anche altri paesi, come il nostro, malgrado le solenni professioni di fede europeista di Franco Frattini) ha deciso di ridurre l’esborso monetario del salvataggio, coinvolgendo il FMI.

Ma questo approccio ragionieristico lascia fuori dalla porta la politica, e prepara la strada a spasmi sempre maggiori. Come ha efficacemente scritto Wolfgang Münchau, il problema dell’Europa di oggi è quello di non avere leader dotati di senso della storia e della predestinazione. Scrive Münchau:

«Quando la signora Merkel ed i suoi colleghi del Consiglio europeo vedono l’iceberg arrivare, non corrono al timone ma dal più vicino giudice costituzionale»

Questa è la posizione legalistica tedesca, a dire il vero, non quella di tutti  leader europei, che restano comunque di qualità assai modesta. Che accadrà ora? Sul piano delle tecnicalità, la Grecia potrebbe pensare di attingere alle facility creditizie esistenti del FMI. In base alla quota greca nel Fondo, ciò significa un prestito di circa 15 miliardi di dollari, sempre troppo poco per pensare di “scollinare” i 20 miliardi di euro di debito pubblico in scadenza da qui a maggio. Per aumentare tale finanziamento servirà un negoziato interno al FMI, nel corso del quale dovremo attenderci i mal di pancia degli americani, di fronte al cerino passato dagli europei.

Come si nota, la proposta della Merkel è brillante e risolutiva, ma solo entro i confini tedeschi. Nel frattempo, i mercati continuano a chiedere rendimenti stratosferici per sottoscrivere i titoli di stato di Atene, portando il servizio del debito oltre il 10 per cento del Pil, una specie di equivalente delle riparazioni di guerra imposte ai tedeschi dalla Pace di Versailles. Questo, aggiunto alla stretta fiscale in atto, causerà il soffocamento dell’economia ed ulteriore aumento del premio al rischio-Grecia, portando la situazione al punto di non ritorno.

Nel frattempo, l’euro sta sbriciolandosi. Ai tedeschi e al loro export questo potrà fare piacere, ma sarebbe un compiacimento molto miope, visto che il rafforzamento del dollaro perpetua gli squilibri globali (via peg dello yuan), rinviando l’aggiustamento e aumentando il rischio di scoppi protezionistici. Oggi l’agenzia di rating Fitch ha abbassato il rating del Portogallo a AA-, con outlook negativo, confermando che il meglio è passato. La probabilità di un evento traumatico entro Eurolandia cresce di giorno in giorno. Ma per i tedeschi va bene così, evidentemente.

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