Le conseguenze di uno yuan forte

In attesa del G20 di Toronto, il prossimo fine settimana, le autorità monetarie cinesi hanno deciso che il peggio della crisi è alle spalle, ed annunciano al mondo che lo yuan tornerà al regime di fluttuazione amministrata, riferita ad un paniere di valute, già vista nel periodo 2005-2008. Entusiasmo degli americani e dei mercati, che vedono la mossa per quello che è, un enorme reflation trade.

Uno yuan più forte servirà ai cinesi per comprare più materie prime, oltre che per contrastare le pressioni inflazionistiche domestiche indotte dal progressivo esaurimento dell'”esercito industriale di riserva” che le campagne hanno donato al boom economico della patria, e che produrrà crescenti pressioni al rialzo sui salari, oltre ad una sindacalizzazione che il Partito comunista cinese non vuole (né potrebbe) contrastare.

La Cina ridurrà l’incidenza sul Pil del proprio surplus delle partite correnti, stimolando la domanda interna, e di conseguenza esportando la propria ripresa, anziché sottrarre domanda al mondo, come fatto finora con una politica mercantilista difficilmente sostenibile ad oltranza. I cinesi esporteranno anche inflazione, e questo potrebbe essere un bene per un mondo occidentale che danza sull’orlo del vulcano della deflazione. Ovviamente, est modus in rebus, e non è dato sapere se, di quanto e in quanto tempo si compirà la rivalutazione, dato anche l’ammonimento delle autorità monetarie cinesi a non attendersi movimenti di apprezzamento spettacolari, visto che Pechino dovrà gestire il progressivo spostamento verso l’alto della catena del valore aggiunto, con tutto quello che ciò implica per la transizione di settori che già oggi lavorano sull’export con margini risibili, come il tessile. Analogamente, dal versante finanziario, la Cina dovrà gestire le aspettative di una rapida e ampia rivalutazione dello yuan, che potrebbero provocare imponenti afflussi di “denaro caldo” da tutto il pianeta, che le autorità monetarie non riuscirebbero a sterilizzare, attizzando le fiamme dell’inflazione.

Anche noi europei, che già stiamo godendo le prime conseguenze positive del rafforzamento del dollaro (a cui lo yuan aveva un hard peg), potremo tentare di mettere la testa fuori dall’acqua, ma serviranno sistemi-paese implacabilmente “tedeschi”. Se poi l’onda di marea sarà sufficientemente alta, anche il relitto italiano potrebbe galleggiare. In quello scenario, esprimiamo il futile auspicio che nessuno ci metta sopra un cappello politico.

Il mondo non smette di cambiare in attesa che, nella italica penisola, intellettuali di sinistra e miopi protezionisti padani riescano ad afferrare qualcosa da questa nuova situazione dello straordinario laboratorio cinese, per poi discuterne al bar, in provincia.

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