Ricette magiche

Sull’inserto economico di Libero (che un tempo era un bel giornale di economia stand alone, diretto da un vulcanico personaggio amante dei gatti), Carlo Pelanda si esercita in un compitino balneare: spiegare al colto ed all’inclita perché gli investimenti americani non decollano, malgrado alcune situazioni di contesto che dovrebbero far pensare il contrario, e darne la colpa al solito Calimero Obama.

Sostiene Pelanda, non senza ragione, che i consumatori statunitensi sono esausti, perché impegnati a ridurre il proprio indebitamento. Quindi altri motori devono spingere la ripresa. E quale candidato migliore degli investimenti?

«La ripresa comunque è in corso, le aziende hanno forzato la produttività ottenendo mega profitti e buona parte delle famiglie ha ricostruito i portafogli. I dati mostrano un sistema economico, semplificando, strapieno di liquidità. Pertanto l’attesa più ovvia è che ci sia un boom degli investimenti e che questo compensi la lentezza della ripresa dei consumi e spinga il Pil a razzo. Ma non sta avvenendo, perché?»

La risposta è chiarissima, almeno agli occhi di Pelanda: colpa di Obama, che traccheggia a confermare i tagli d’imposta decisi un decennio fa da G.W.Bush. O meglio, che traccheggia a confermare quei tagli per i contribuenti che hanno un imponibile superiore a 250.000 dollari se single o 500.000 se coppia. Fosse così facile.

Intanto, basterebbe osservare dove si trova la produzione industriale americana, ed il tasso di utilizzo della capacità produttiva, per capire che non c’è tutto questo bisogno di nuovi investimenti, poiché esiste ancora un poderoso buco di attività, dopo la crisi. Non si dovrebbe scambiare l’andamento delle società quotate allo Standard&Poor’s 500 con quello dell’economia americana, visto che le prime beneficiano della loro diversificazione geografica globale.

Cosa spinge gli investimenti? Il tasso d’interesse e il livello di attività, riassunto dal Pil. Ora, è vero che il tasso d’interesse è astrattamente basso, almeno a livello di titoli di stato; ma (domanda retorica) lo è altrettanto per il credito alle imprese? In un simile contesto, caratterizzato da livelli di domanda ancora ampiamente inferiore al periodo pre-crisi, potremmo ipotizzare soprattutto investimenti di sostituzione, per l’ammodernamento della capacità produttiva esistente, non certo investimenti di espansione. Con un Pil che ancora non ha colmato il gap apertosi con la crisi, quali investimenti di espansione possiamo ragionevolmente attenderci?

Il tutto senza contare che nella voce di contabilità nazionale che comprende gli investimenti ci sono anche quelli in costruzioni, residenziali e commerciali, pubbliche e private. Con un processo di esecuzioni forzate (foreclosures) che durerà ancora anni, e con l’immobiliare commerciale che ha visto lo scoppio della propria bolla (a proposito, c’entravano qualcosa qui il Community Reinvestment Act e Fannie e Freddie? Ovviamente no, ma non lo leggerete praticamente da nessuna parte), che ci resta? Forse un bel piano pubblico di infrastrutture, magari con lo sviluppo dell’alta velocità ferroviaria, in stile europeo o giapponese. Ma questo Pelanda non può scriverlo, perché si renderebbe responsabile di sfregio alla sua ideologia ed alla spericolata tesi che sostiene. Cioè che lo stallo dell’economia americana sia tutta colpa dell’incertezza sulla possibilità che i contribuenti più agiati si trovino a pagare alcune centinaia di dollari di tasse in più l’anno.

E’ verosimile attendersi che i soggetti a maggior reddito abbiano anche una propensione marginale al consumo piuttosto ridotta, senza contare l’elevata propensione marginale americana all’importazione, che di fatto determina che gli stimoli statunitensi si riversino fuori dal paese. Conosciamo l’obiezione di Pelanda e di quanti utilizzano le sue argomentazioni: il problema è l’incertezza, che blocca le decisioni di spesa, consumi e investimento degli agenti economici. Bene, ma se così fosse occorrerebbe sapere che prorogare i tagli fiscali di Bush eccetto che per i contribuenti più ricchi provocherebbe comunque un drastico peggioramento del profilo del bilancio federale nei prossimi dieci anni, secondo i dati del Congressional Budget Office. Quindi dovremmo attenderci un ulteriore accorciamento del braccino degli investitori, per il noto teorema dell’equivalenza ricardiana. A meno, ovviamente, di sposare l’idea lafferiana in base alla quale tagli di imposta si ripagano sempre e comunque attraverso maggiori livelli di attività. Idea che finora non ha ottenuto una sola conferma empirica.

Né Pelanda e quanti sostengono la tesi “tax cuts o muerte” sono ancora riusciti a spiegarci l’andamento dell’economia statunitense durante gli anni di Clinton, quando una crescita molto robusta si accompagnava ad un rialzo delle aliquote marginali d’imposta sui soggetti a maggior reddito. Né ci è ancora giunta spiegazione per il decennale andamento stagnante dei redditi a seguito dei tagli d’imposta di Bush, nel 2001 e 2003.

I problemi americani sono tanti, complessi e di lungo periodo. Pensare che bruciando lo spaventapasseri Obama si giunga a risolverli è piuttosto semplicistico, oltre che ideologico. Il che non significa che le tasse siano “bellissime”, sia chiaro. Significa solo che troppe bacchette magiche svolazzano in giro per il mondo e sui giornali.

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