La Repubblica del Da Da Da

Come ogni anno, alla fine di agosto, qualche ospite del Meeting di Comunione e Liberazione rumina tesi, temi e proposte vecchi di alcuni anni. Come ogni anno, il politico di turno (meglio se di centrodestra e ministro, ma non è discriminante) annuisce entusiasticamente, e si dice pronto a presentare un disegno di legge d’ordinanza per raggiungere l’agognato obiettivo, a imperitura testimonianza della poderosa spinta riformistica di esecutivo e maggioranza. Come ogni anno, verso settembre, qualcuno alza il dito dicendosi in disaccordo con la proposta, e come ogni anno, verso ottobre, la proposta torna nei cassetti da cui proviene.

Avrete capito che stiamo parlando della mitologica compartecipazione agli utili aziendali da parte dei lavoratori. Vecchio cavallo di battaglia della Cisl, rilanciato ieri da Raffaele Bonanni, riecheggiato da Maurizio Sacconi, in attesa di stroncatura da parte di Emma Marcegaglia entro le prossime settimane. Quelle in cui, tipicamente, torme di giornalisti si apposteranno fuori dai cancelli degli impianti Fiat, e alle 6 del mattino apostroferanno gli scoglionatissimi impiegati ed operai con un bel: “Ma lei ha timore per il suo posto di lavoro? Ci sarà l’autunno caldo, secondo lei?”. Occorrerebbe rimettere gli stessi nastri audio e video, si risparmierebbe tempo.

Ad ogni buon conto, chi tra voi volesse farsi un giro sulla macchina del tempo, può cominciare da questo articolo di esattamente un anno addietro, che attende solo che gli si cambi la data, che cita la legge “pronta entro l’anno” (quale, non è dato sapere). Poi, leggete qui, dove scoprirete che Confindustria è terrorizzata all’ipotesi che compartecipazione voglia dire cogestione (attraverso emissione di azioni con diritto di voto), e che non intende vedere iniziative legislative in una materia che resta dominio delle parti sociali. Dopo aver letto dell’abituale atto di incolpazione a carico della Cgil, responsabile anche dell’effetto-serra e per chiudere in bellezza, riaprite questo articolo de lavoce.info, in cui Fausto Panunzi e Pietro Garibaldi spiegano che per i lavoratori non apicali è di gran lunga preferibile legare la componente variabile di retribuzione non agli utili d’impresa bensì a indicatori di produttività. L’aggancio della retribuzione agli utili è invece applicabile (con correttivi per l’orizzonte temporale degli utili realizzati) ai top manager, gli unici a controllare tutte le leve che determinano la bottom line d’impresa, cioè l’utile netto. Quando avrete finito queste riletture e previsto con successo gli esiti del dibattito odierno i vostri amici vi chiederanno la lettura della mano, e avrete la possibilità di arrotondare i vostri redditi.

C’è qualcosa di inedito, in tutto ciò? No, come nulla di inedito c’è ogni anno nel Meeting di Rimini o nel suo contraltare laico-mondano, il cisnettiano Cortina InConTra. Si tratta di liturgie che, analogamente ai memento mori, ricordano agli svagati cittadini italiani che l’ineluttabile mummificazione oligarchica del paese è in atto. E’ come per la fortunata trasmissione di Raiuno, Da Da Da, citata da Giorgio Topa su noiseFromAmerika come esempio dell’imbalsamazione del paese. Un’imbalsamazione che peraltro non è nuova, visto che nel menù delle estati televisive italiane molti anni addietro vi era una trasmissione di successo intitolata “Ieri e oggi“, che si può rivedere sul canale Rai Storia. Salvare la formalina, più che la forma.

A chiusura, una domanda ai lavoratori, che a volte hanno funzioni di utilità e obiettivi divergenti rispetto a sindacati e sindacalisti: ma perché mai dovreste mettere tutte le vostre uova nello stesso paniere, l’azienda dove lavorate? Mai sentito parlare di diversificazione?

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