Quei costosi banchieri di Piazza Cordusio

di Luca Spoldi*

Tra le polemiche “popolari” che hanno contraddistinto l’uscita di Alessandro Profumo dai vertici di UniCredit, immancabilmente si sono segnalate quelle relative alla liquidazione del manager. Cifre ufficiali non ne esistono, ma la moglie di Profumo ha confermato che si è trattato delle cifre già circolate come “indiscrezioni”: in sostanza 40 milioni di euro, rispetto ad una richiesta iniziale avanzata dallo stesso Profumo di 50 milioni di euro. Sono tanti o sono pochi? In realtà la domanda andrebbe posta in relazione ai compensi percepiti da Profumo e dal top management di Piazza Cordusio in questi anni, dato che la liquidazione è conseguenza di esse.

Guardiamo all’ultimo, cruciale, triennio: nel 2009 l’ex amministratore delegato di UniCredit ha guadagnato poco più di 4,32 milioni di euro, bonus compresi, contro i 3,5 del 2008 e i 9 milioni del 2007, mentre i top manager del gruppo nel 2009 hanno guadagnato in tutto circa 65,14 milioni, contro i 41,19 milioni del 2008 e i 92,10 milioni del 2007. A fronte di tali compensi il gruppo ha chiuso il 2009 con utili pari a soli 51 milioni di euro nel 2009, a 3281 milioni nel 2008 e a 1858 nel 2007: gli ultimi tre anni del “regno” di Profumo hanno dunque visto il gruppo segnare un utile cumulato di 5,19 miliardi di euro.

Profumo è “costato” lo 0,48% degli utili del 2007 (quando ancora di crisi finanziaria non si parlava nonostante le prime avvisaglie sul mercato dei mutui subprime), lo 0,11% scarso nel 2008 (quando gli effetti del collasso di Lehman Brothers ancora non si erano scaricati sul risultato netto ma già si riducevano i bonus al management) e l’8,47% nel 2009 (quando invece la crisi si è abbattuto sull’ultima riga del bilancio ma il recupero dei mercati del secondo semestre portò a un rialzo dei bonus al top management della banca). Nel complesso i principali manager sono invece costati alla banca, rispettivamente, il 4,96%, l’1,25% e il 127,72% in rapporto all’utile netto di ciascun anno.

Per fare un raffronto, Vikram Pandit, capo di Citigroup (ex primo gruppo creditizio Usa che per salvarsi dalla crisi ha avuto bisogno di 45 miliardi di dollari di fondi TARP), ha guadagnato 3,1 milioni di dollari nel 2007, ha azzerato i propri compensi per il 2008 e il 2009 lavorando senza bonus e per la somma simbolica di un dollaro nel corso del biennio, ma ora sta per vedersi rialzare lo stipendio dal Cda della banca che è tornata in utile dall’inizio dell’anno. L’istituto, pesantemente coinvolto dalla crisi dei subprime, chiuse il 2007 con un utile netto di 3,62 miliardi di dollari, nonostante una perdita netta di 9,83 miliardi solo nell’ultimo trimestre, per poi perdere 18,72 miliardi di dollari netti nel 2008 e 1,6 miliardi di perdita netta nel 2009: il totale cumulato è pari a una perdita netta di 16,7 miliardi di dollari.

Pandit, che prima di andare a fare il Ceo di Citigroup, dall’aprile del 2007, vendette alla banca il suo hedge fund Old Lane Partners LP (poi chiuso nel giugno del 2008) per 800 milioni di dollari, forse non guadagnerà quanto il banchiere “numero uno” americano, Jamie Dimon, di Jp Morgan, che lo scorso anno ha guadagnato 17 milioni di dollari di cui solo 1 milione di stipendio base, ma difficilmente guadagnerà meno di suoi sottoposti come John Havens, capo della divisione clienti istituzionali, che riceverà 9,6 milioni di dollari tra contanti e azioni quest’anno (oltre a un bonus di circa 4,75 milioni), Manuel Medina-Mora, capo delle attività di consumer banking in America, che ne porterà a casa 8 milioni oltre a un bonus di 4 milioni o del Cfo, John Gerspach, cui andranno 4,17 milioni e un bonus di altri 2 milioni.

Viste le cifre e i risultati ottenuti, delle due l’una: o i banchieri americani non sono questo grande esempio da citare ad ogni piè sospinto (e da imitare, ad esempio provando a spingere la vendita di prodotti derivati come hanno fatto, con gli esiti noti, e in parte continuano a fare le principali banche americane), o i manager italiani pur non essendo in proporzione tra i più economici non sono poi da additare al pubblico ludibrio per le “indecorose” cifre che guadagnano.

Semmai viene da chiedersi se sono necessari così tanti “manager con responsabilità strategiche” e se proprio tutti debbano veder legata la propria remunerazione a risultati che solo in parte dipendono dai loro sforzi, ma gridare allo scandalo è solo un esercizio retorico gattopardianamente utile a far sì che nulla cambi realmente nella governance delle banche tricolori.

  • Per alcuni dati di sintesi sulla performance di Unicredit negli ultimi anni, vedi anche Tito Boeri e Luigi Guiso su lavoce.info.

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Luca Spoldi (1967), laureato in finanza aziendale all’Università Bocconi nel 1992 con una tesi di storia economica sul vino dell’Alessandrino e Astigiano a cavallo tra  ‘800 e ‘900. Analista finanziario indipendente (dal 1998 è socio Aiaf – Associazione italiana analisti finanziari), Certified European Financial Analyst, dopo varie esperienze nel campo del marketing finanziario, della comunicazione, dell’analisi e della gestione patrimoniale e di fondi comuni presso noti gruppi finanziari italiani e internazionali operanti in Italia, a partire dal 2000 è impegnato con la propria società, 6 In Rete Consulting nella fornitura di contenuti premium a operatori finanziari, testate editoriali e siti internet tra cui Affaritaliani.it e Bluetg.it.
Dal 2002 al 2009 docente a contratto di Economia e Organizzazione Aziendale presso la facoltà di Ingegneria dell’Università Federico II di Napoli, si interessa anche a nuovi
business model e nuove forme di comunicazione aziendale. E’ ideatore e autore del sito www.mondivirtuali.it, dedicato a Second Life e ai mondi virtuali in genere.

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