Macromonitor – 20/2/2011

L’ennesima settimana di nuovi massimi nelle asset class rischiose lascia gli investitori a domandarsi se e quanto a lungo la tendenza durerà. Il rally sembra ignorare deliberatamente i molti rischi che minacciano l’economia mondiale: governi eccessivamente indebitati, le perdite (manifeste e latenti) lasciate dalla crisi, l’inflazione dei paesi emergenti e le sollevazioni popolari causate dall’ascesa dei prezzi degli alimentari.

Gli indicatori economici hanno stabilmente battuto le stime di consenso negli ultimi 5 mesi, forse anche perché il consenso si era coagulato intorno all’ipotesi di ricaduta in recessione. Sembra peraltro che gli investitori stiano comprando attivi rischiosi soprattutto perché l’alternativa tradizionale (titoli di stato sicuri e liquidità) appare poco o per nulla attraente. Malgrado ciò, molti investitori si sentono a disagio e definiscono questo rally come guidato esclusivamente dalla liquidità e destinato ad evaporare nel momento in cui le banche centrali rimuoveranno l’eccezionale espansione monetaria finora attuata. Allo stato attuale, la forza che potrebbe causare danni decisivi rispetto alla tendenza in atto appare soprattutto l’inflazione e le aspettative inflazionistiche, in caso queste ultime dovessero crescere e porre le banche centrali di fronte alla scelta tra l’economia ed il controllo dell’inflazione. E se l’inflazione appare il motivo principale per la cautela degli investitori globali rispetto ai mercati emergenti, le recenti sorprese negative per i prezzi nel Regno Unito ed in area euro rischiano di frenare l’ascesa del mercato azionario europeo.

Nel reddito fisso, i titoli di stato sono rimasti poco variati nel corso della settimana malgrado dati forti, non ultimo il rialzo inaspettatamente robusto dell’inflazione negli Stati Uniti. La Bank of England ha alzato la propria previsione di inflazione, rafforzando le attese per un rialzo dei tassi ufficiali già a maggio. I mercati monetari europei hanno riprezzato significativamente da inizio anno, con attese di un rialzo dei tassi di circa 50 punti-base per Regno Unito ed Eurolandia entro fine anno. Storicamente i tassi forward sono previsori distorti per eccesso delle tendenze di mercato, salvo quando si verificano effettivamente cicli di stretta monetaria.

I mercati azionari sviluppati hanno raggiunto nuovi massimi di ciclo in settimana, proseguendo un rally ininterrotto da ormai sei mesi. Il forte momentum in prezzi, flussi, posizioni ed utili sembra suggerire una prosecuzione della tendenza, almeno nel breve termine. Sul mercato americano le posizioni corte a metà gennaio erano ai minimi da novembre 2007. Le sorprese positive dal versante dei dati economici sorreggono un mercato che nel breve termine appare tuttavia tecnicamente ipercomprato. I mercati emergenti sembrano essersi stabilizzati nel movimento relativo a quelli sviluppati, ed in settimana hanno fatto anzi leggermente meglio di questi ultimi. Qui il rischio è quello di ulteriori sorprese negative dal versante dell’inflazione e di stretta monetaria. Da inizio anno, le azioni giapponesi sono tra le migliori in valuta locale, facendo anche meglio di quelle statunitensi. Dietro questo movimento vi sono soprattutto acquisti di investitori esteri.

Riguardo i mercati del credito, gli spread questa settimana sono mediamente più stretti, anche se di pochi punti-base. Storicamente, il rally visto finora sulle obbligazioni investment grade potrebbe essere quasi completato, anche considerando che a questo ciclo la qualità media delle obbligazioni è inferiore e la loro durata finanziaria superiore rispetto al passato, soprattutto sul mercato americano, dove si percepiscono anche segni di riduzione di liquidità di questi attivi. Considerazioni analoghe potrebbero valere per le obbligazioni High Yield.

Sul mercato dei cambi, il dollaro e le altri maggiori valute restano privi di una vera direzionalità, malgrado problemi irrisolti relativi all’inflazione dei paesi emergenti, alla situazione in Medio Oriente ed alla periferia europea; tutti elementi che dovrebbero per contro rafforzare il biglietto verde. Dai dati disponibili emerge che l’accumulazione di riserve nei paesi emergenti prosegue, pur se a passo ridotto, e che il riciclaggio di tali riserve (cioè il loro reinvestimento) avviene in prevalenza fuori dal dollaro.

Il prezzo delle materie prime è aumentato la settimana scorsa di circa l’1 per cento, con spunto rialzista soprattutto dei metalli preziosi, date le ulteriori incertezze in Medio Oriente. Anche se la crisi in Egitto appare al momento essersi stabilizzata, l’instabilità sociale e la violenza avvolgono ormai un elevato numero di paesi produttori di petrolio, mentre le notizie circa le due navi da guerra iraniane presenti nella zona del Canale di Suez aggiungono ulteriore tensione al prezzo del greggio. A inizio della scorsa settimana il rame ha toccato il nuovo massimo storico di tutti i tempi a oltre 10.000 dollari, ma nei giorni seguenti è calato di circa il 4%. La domanda fisica dalla Cina appare più debole del previsto e l’ulteriore stretta monetaria annunciata venerdì dalla banca centrale cinese aumenta i timori per la congiuntura. Il prezzo del rame potrebbe tuttavia trovare sostegno in una produzione inferiore ai già deboli livelli oggi previsti.

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