I polli di Renzi

Intervistato dal Sole 24 Ore, il sindaco di Firenze e leader dei rottamatori piddini, Matteo Renzi, dimostra di trovarsi più a proprio agio con gli slogan che con l’economia. Ne avevamo il robusto sospetto.

Dopo aver lanciato una suggestiva immagine medica (“Serve una gigantesca angioplastica per liberare le arterie otturate dell’Italia“), Renzi si cimenta con il rilancio del paese. Dopo aver escluso la patrimoniale, il sindaco di Firenze ipotizza un classico riequilibrio della tassazione:

«Il peso delle tasse deve traslocare dai redditi più bassi e dalle piccole imprese verso la rendita finanziaria, oggi tassata solo al 12 per cento»

Ah, eccola qui, la famigerata rendita finanziaria, nel mirino anche del nuovista Renzi! Manca una definizione di cosa sarebbe “rendita finanziaria”, in compenso ci sono già le abituali deroghe all’italiana:

«Anche qui va chiarito che la tassazione riguarderebbe non i titoli di stato, che vanno lasciati da parte, ma la speculazione»

Certo che per essere nuovo, ‘sto Renzi si esprime in modo decrepito. Innanzitutto, perché lasciare da parte i titoli di stato? La mamma non ha detto a Renzi che il debito pubblico sottrae risorse all’investimento privato, spiazzandolo, e che quindi non è il caso di agevolarne la fiscalità? Ma soprattutto, che diavolo è la “speculazione”, in termini fiscalmente operativi? Non si saprebbe neppure da dove iniziare, di fronte a questi strafalcioni, proviamo a farlo con ordine e con l’ausilio di esempi pratici.

Si diceva dei titoli di stato esentati da ogni inasprimento di tassazione. Ipotizzate che i titoli di stato siano (e lo sono, molto spesso) l’investimento preferito di molti soggetti agiati: basso rischio (finora), rendimento discreto. Renzi non ritiene di incidere, nella sua grande operazione di “trasloco” del peso delle tasse, i sottoscrittori più facoltosi di titoli di stato. Posizione legittima, per carità, soprattutto da parte di un giovane ed ambizioso politico che vuole rompere la tradizione gabelliera dei suoi avi politici. Ma da qualche parte quei fondi devono uscire, se si vuole redistribuire il peso fiscale. Ah già, usciranno dalla lotta alla speculazione! E quindi, come? Tassazione inasprita sulle plusvalenze di breve termine? In quel caso lo sa Renzi che, quando i mercati scendono, si producono minusvalenze che generano altrettanti crediti d’imposta? E soprattutto, sa che questa tipologia di gettito ha una volatilità che impedisce di utilizzarlo per ridurre strutturalmente altre imposte? E provare invece a fare proposte meno parolaie e realmente “di rottura“?

Ancora una volta, i nostri politici continuano ad aprire la bocca e darle aria, e purtroppo la regola vale anche per giovani galletti dalla lingua sciolta come Renzi, che in questa intervista si dimostra soprattutto un esperto di marketing e di comunicazione. Un Berluschino, diciamo. Dopo la ritualistica menata sull’abolizione del valore legale dei titoli di studio (ma saprà di che si tratta, esattamente?), Renzi non degna neppure di una citazione le liberalizzazioni di Bersani nella scorsa legislatura, non è chiaro se perché persegue una strategia di coalition building che includa tassisti e avvocati o se perché non vuole dare alcun merito al “vecchio” segretario Pd.

In compenso il sindaco conferma la propria predilezione per i calembour, suggerendo di abolire “caste e carte”. Da questa linea-guida ricava la riflessione very pop sulla ridondanza di mille parlamentari ma pare ignorare che, per quanto simbolicamente pregnante, questa misura difficilmente si tradurrebbe in una spinta alla crescita. Nell'”operazione angioplastica” Renzi mette anche “le carte”, cioè il red tape che soffoca il paese. A tratti sembra Capezzone, presto vi parlerà di come intende aprire un’impresa in sette ore. Altre stoccate pop sono rivolte al sindacato, che ha troppi pensionati arruolati per pretendere di essere determinante nelle decisioni sul futuro del paese, e che gode di “un sistema di finanziamento e rendicontazione particolare”. Messaggio nemmeno troppo obliquo ma di certo ancora più pop, che tuttavia potrebbe e dovrebbe essere utilmente integrato dalla proposta di una revisione del meccanismo dei rimborsi elettorali ai partiti.

Ad ogni buon conto, Renzi sa dove impiegare il sindacato: là, “dove i diritti non ci sono, cioè tra i precari e nella nuova generazione”. Ma benedetto figliolo, premesso che “la nuova generazione” sta producendo precari cinquantenni, non ritieni che compito della politica sarebbe quello di dare risposte al fenomeno di un precariato che nulla c’entra con la flessibilità? E se le soluzioni a questa tragedia dovesse suggerirtele un sindacato che hai mandato tra gli ultimi, manco fosse Madre Teresa, tu non risponderesti che il sindacato ha troppi pensionati per potersi ingerire nei grandi progetti per il futuro del paese? Mah, misteri della logica.

Non perdiamo di vista il Berluschino di Firenze. In un paese innamorato di slogan ed affabulatori, di certo andrà lontano.

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