L’ellenizzazione di un paese di portoghesi

Come comunica Istat, nel primo trimestre di quest’anno il Pil reale italiano, corretto per gli effetti della stagionalità e per il numero di giorni lavorati, è cresciuto di un imponente 0,1 per cento sul trimestre precedente, e dell’1 per cento sullo stesso periodo dello scorso anno. Il dato si confronta con il più 1,5 per cento tedesco (che utilizzando il criterio americano dell’annualizzazione del dato trimestrale fa oltre il 6 per cento, dato quasi cinese). Il tendenziale tedesco segna più 5,2 per cento, il dato di crescita più forte dalla riunificazione del paese, nel 1990.

Neppure le avverse condizioni meteo riescono a fermare il nuovo Wirtschaftswunder (miracolo economico) tedesco, che appare estendersi alla rivitalizzazione della domanda interna e non solo dell’export, mentre noi italiani discettiamo amabilmente di tutti gli strati della nostra economia-cipolla che crescono più di un bassotto rachitico, grazie ad alcuni prestigiosi accademici da Fondazione che si sono incaricati di essere gli ideologi della grande truffa intellettuale del governo del fare nulla.

Di rilievo il più 1 per cento congiunturale della Francia (ma loro, come sapete, sono drogati del deficit, giusto, ministro Tremonti?), e persino il più 0,3 per cento della Spagna. La crescita acquisita italiana per il 2011, cioè il “trascinamento”, ovvero di quanto questo disgraziato paese crescerebbe se i restanti trimestri dell’anno restassero a crescita zero, è dello 0,5 per cento.

Sappiate, ancora una volta, che con questa crescita il nostro deficit tende ad espandersi spontaneamente, e che serviranno quindi misure correttive aggiuntive rispetto all’eufemistica “manutenzione” annuale, cifrata da Tremonti in 7-8 miliardi di euro, che andranno a sommarsi alla correzione cumulativa del 2,3 per cento di Pil necessaria per toccare il pareggio di bilancio corretto per il ciclo economico, nel 2014. Il paese non è solo in declino, mentre lentamente affonda sotto la spazzatura prodotta quotidianamente in quantità industriali da una classe di governo criminogena e da un’opposizione culturalmente disastrata ed economicamente analfabeta, ma sta inesorabilmente incaprettandosi con la corda di manovre correttive che azzerano la già trascurabile crescita potenziale.

Quella italiana è una crisi sempre più simile a quella di altri PIG. La nostra sciagura è che la stiamo vivendo al rallentatore, e sotto l’ottundimento di un dibattito pubblico sempre più criminalmente ed oniricamente fuorviante.

P.S. Sulla stagnazione di lungo termine italiana, vedi anche le riflessioni del neo-presidente dell’Istituto Bruno Leoni, Nicola Rossi. Ve le sintetizziamo noi: nessuna riforma pro-crescita, al più alcuni tentativi di convincere Tremonti a fare spesa, che finisce in rivoli improduttivi, come i crediti d’imposta per le assunzioni nel Mezzogiorno. Ma Rossi è soprattutto un amante dell’understatement:

«Alla fine della storia, ho l’impressione che da qui a qualche tempo la traccia che avrà lasciato questo Presidente del Consiglio non sarà tanto quella un po’ folcloristica che ha impressionato gli italiani e il resto del mondo; piuttosto gli storici lo ricorderanno come il protagonista centrale della fase più lunga di stagnazione dell’economia italiana che la storia ricordi»

Auguri a tutti.

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