Silvio, il Grande Manovratore

Dopo il desolante comizio di Umberto Bossi a Ponte di Legno, nel quale il senatur ci ha informati che prima vengono i poveracci, quelli che rubano bistecche nei “grandi magazzeni” (sic), mostrando così di essersi incamminato verso una narrativa stralunata che credevamo esclusiva del Grande Venditore di Arcore, vediamo che ci aspetta, sia in termini di eventuale correzione della manovra che di contesto congiunturale più ampio del maleodorante stagno italiano.

Ieri Berlusconi ha parlato della possibilità di emendare la manovra, ovviamente a saldi invariati. Ma ha messo anche alcuni paletti, conficcandoli su un terreno di sabbie mobili, dove la logica affonda invariabilmente. Ad esempio, no alla eliminazione del cosiddetto “contributo di solidarietà” (già il nome fa prudere le mani), per queste motivazioni:

«È stato introdotto non perché dia un grande introito, visto che secondo i nostri calcoli darà un gettito di molto meno di un miliardo di euro, ma perché non fossero le classi più disagiate, attraverso magari minor servizi da parte degli enti locali, a dover pagare maggiormente il costo della manovra: è stato quindi introdotto per un fattore di giustizia, per equilibrare i sacrifici. Credo che sia qualcosa che sia giusto avere in questa manovra»

A ben vedere, questa è una considerazione massimamente sinistra, quasi bertinottiana o ferreriana. Che tradotta, diviene: «sappiamo che il gettito è risibile, quindi non serve allo scopo, ma lo mettiamo lo stesso, per lenire l’invidia sociale e non certo per pagare i servizi. In questo modo, potremo massimizzare la distorsione all’offerta di lavoro qualificato, potenzieremo l’incentivo ad espatriare e, dulcis in fundo, per massimo di “giustizia sociale”, non toccheremo gli autonomi, tranne quelli che devono fatturare tutto per legge, non certo il grosso, quello che dichiara imponibili medi di 30.000 euro annui». Vai Silvio, la Giustizia sia con te! Ma per ridurre l’arrabbiatura dei contribuenti forzati e mostrare tutta la collegiale coesione del nostro prestigioso esecutivo, Berlusconi precisa poi che il contributo era previsto per due anni, e non per tre. Pensate che immagine di compattezza riusciamo a fornire ai nostri partner ed ai mercati, davanti ad un premier che, con questa precisazione, ci significa delle due l’una: o ha un ministro dell’Economia furbastro, oppure lui è rintronato e non controlla più alcunché del processo esecutivo. Grande.

Il nostro Venditore in chief si è poi detto contrario a manovre sull’Iva. Qui occorre precisare: se si trattasse di aumentare le imposte indirette (e magari eliminare le pensioni di anzianità) non solo per fare cassa ma per finanziare una riduzione del costo del lavoro, sia direttamente nelle tasche dei lavoratori che attraverso riduzioni dell’Irap a carico delle imprese, la manovra avrebbe una sua razionalità. Ma alzare l’Iva solo per fare cassa sarebbe del tutto controproducente, in un paese che ha peraltro un’altissima evasione di questa imposta. E Berlusconi infatti segnala il problema, ma con i suoi standard:

«Un punto in più di Iva cambierebbe molto le cose perché sarebbero almeno 5 miliardi in più. l’Iva aumentata determina una contrazione dei consumi magari non rilevante ma comunque ci sarebbe una contrazione certa dei consumi; inoltre vi sarebbe una maggiore tendenza all’evasione che purtroppo si rafforzerebbe con l’aumento dell’Iva»

Ottimo. Ma allora perché non agire per recuperare l’evasione Iva? E perché essere così sensibili all’evasione sulle imposte indirette e fregarsene su quelle dirette, con il discorso sulla “giustizia sociale” solo sui dipendenti a reddito medio-alto? Mistero.

Nel frattempo, il Pil tedesco del secondo trimestre cresce di solo lo 0,1 per cento, contro attese per un più 0,4-0,5 , a conferma del rallentamento vistoso in atto in Europa, e non solo. Il dato tedesco segue la crescita zero francese dello stesso periodo (con spesa dei consumatori in calo dello 0,7 per cento trimestrale), che mette a rischio il target di crescita fissato dal governo di Parigi, il 2 per cento. Per raggiungere il quale servirebbe una crescita dello 0,7 per cento negli ultimi due trimestri dell’anno, che allo stato attuale non appare raggiungibile. Meno male che il governo italiano ha cifrato la manovra correttiva con una crescita di Pil di ben l’1 per cento nel 2011 e 1,3 per cento nel 2012, mentre saremo fortunati se riusciremo a tenere la testa ed il naso sopra lo 0,5 per cento, vista la ovvia natura recessiva di questa manovra, malgrado l’enorme spinta alla crescita che verrà dalla abolizione dei ponti non religiosi.

Ultima considerazione sul Pil italiano del secondo trimestre, a più 0,3 per cento congiunturale, quindi migliore di quelli tedesco e francese: prima che qualche casalinga disperata e qualche editorialista del Giornale vi vengano a dire che andiamo meglio di tutti, sappiate che ci sono elevate probabilità che quel dato sia figlio di un accumulo involontario di scorte, che quindi dovranno essere riassorbite con tagli alla produzione, che peraltro sono già ampiamente visibili. Attendiamo il dato definitivo.

Meno male che abbiamo il metadone della Bce, che compra a mani basse, almeno per ora. Non chiedetevi che accadrà quando Trichet si farà prendere dalle vertigini e rallenterà o cesserà gli acquisti, però. Addavenì, l’eurobond.

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