Tasse etico-alimentari, l’esempio a cui guardare. Per cambiare idea

Il governo danese ha introdotto quest’anno nuove imposte su birra, vino, cioccolata, caramelle, gelati, bibite gassate, caffè, the, sigarette. In precedenza, a ottobre dello scorso anno, aveva introdotto una fat tax pari a 16 corone (poco più di 2 euro) per chilo di carne, burro ed olio per cucinare che abbia più del 2,3 per cento di grassi saturi. A inizio 2013 il governo punta (puntava) ad introdurre una sugar tax che dovrebbe portare l’equivalente di altri 170 milioni di euro al bilancio pubblico. Le conseguenze sono rigorosamente unintended.

Ad esempio, gli acquisti di birre e soft drinks da parte di cittadini danesi si stanno spostando verso la Germania. La cosa più divertente è che i danesi comprano in Germania birre danesi. Il maggior produttore danese di burro ha reagito riducendo le dimensioni delle confezioni, strategia che peraltro sta prendendo sempre più piede in un’Europa in cui sta tornando la povertà. Quanto alla sugar tax, le difficoltà operative di introduzione sembrano aumentare la probabilità di un suo accantonamento. Ad esempio, la prima bozza della legge prevedeva che l’imposta venisse aggiunta direttamente ad un prodotto in relazione al peso del medesimo. Ma ciò avrebbe reso estremamente costosi prodotti quali lo yogurt, mentre l’incidenza sulle torte alla crema sarebbe stata risibile, motivo per il quale la metodologia è stata scartata. Altro metodo sarebbe quello di applicare l’imposta sul contenuto di zuccheri di differenti prodotti, ma ciò si sarebbe scontrato con i differenti tipi di dolcificanti usati dal settore alimentare, costringendo a valutare migliaia di prodotti individualmente.

A parte ciò, resta il problema dello sviluppo di commercio transfrontaliero proprio a causa di queste tasse, con conseguenti danni diretti ed indiretti per le casse dell’erario. Quindi, se obiettivo di queste imposte è quello di fare cassa per esigenze di bilancio pubblico, appare evidente che il gettito netto tende a ridursi per effetto delle solite unintended consequences. Sarebbe preferibile trovare altre fonti di entrata o ridurre le spese in pari misura. Se, per contro, obiettivo è quello di promuovere presso la popolazione una corretta educazione alimentare, più che tasse servirebbe una strategia di comunicazione pubblica. La quale avrebbe costi di realizzazione ma servirebbe a cambiare le abitudini di consumo, anche se solo nel medio-lungo periodo.

Come che sia, il governo italiano ha di fronte a sé un esempio eclatante di fallimento di questo tipo di imposizione. Faccia tesoro di questa informazione ed eviti ipocrisie e pedagogismi pelosi.

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