Vie alternative al surplus delle partite correnti

Alla vigilia di Ferragosto il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, ha autorizzato l’effettuazione di prospezioni petrolifere al largo delle isole Tremiti, accogliendo la richiesta di una società specializzata. L’autorizzazione ha suscitato le abituali levate di scudi da parte degli ambientalisti e di alcuni politici. Nella fattispecie, l’assessore regionale pugliese alla “Qualità dell’ambiente”, Lorenzo Nicastro, si è lanciato in un grido di dolore di purissima liricavendoliana.

Le prospezioni al largo delle Tremiti, secondo Nicastro, sarebbero

«Una offesa alla dignità della nostra regione e degli altri enti locali che si erano espressi negativamente rispetto alla prospettiva di vedere il nostro mare violentato dalla corsa all’oro nero»

Oggi Clini puntualizza i termini della questione, osservando che l’autorizzazione non è un blitz ferragostano ma la logica conseguenza della firma (avvenuta in primavera da parte di Clini e del ministro dei Beni Culturali, Lorenzo Ornaghi), del parere di compatibilità ambientale, limitatamente alla sola prospezione geofisica. Che è finalizzata a “capire cosa c’è nel sottosuolo”. L’autorizzazione finale, dopo tale parere di compatibilità, spetta al ministero dello Sviluppo Economico, guidato da Corrado Passera.

“Anche le amministrazioni locali devono avere consapevolezza del contesto in cui ci si muove; non vince chi strilla di più”, ha osservato Clini, che ha anche aggiunto che “sull’uso energetico del mare Adriatico è opportuna una valutazione comune, da Trieste a Otranto, coinvolgendo anche Slovenia e Croazia: bisogna capire se ne vale la pena“.

Queste sono considerazioni di puro buonsenso: si fa un’analisi costi-benefici, in accordo con i nostri dirimpettai, e si vede se il gioco vale la candela. Fossimo un paese normale, arriveremmo piuttosto agevolmente a questa fase, per poi dibattere sui criteri utilizzati per costi e benefici. Poiché non siamo un paese normale, resteremo bloccati a questa fase, in cui a proposte di metodi di lavoro si contrappongono levate di scudi e torrenti gonfi di retorica.

L’accento sulle prospezioni petrolifere su territorio nazionale è parte delle linee guida di sviluppo fissate la scorsa primavera dal governo. Il motivo è piuttosto semplice: se riuscissimo ad aumentare la nostra produzione di idrocarburi potremmo riequilibrare la nostra bilancia energetica e quella più generale commerciale. Un avanzo del saldo commerciale ci serve per uscire dalla crisi e si ottiene, per definizione, attraverso un aumento delle esportazioni nette. Queste ultime sono la somma algebrica di export ed import. Ora, a parte la mistica nazionalpopolare dell’export che va-bene-perché-siamo-un-grande-paese, sappiamo che il nostro saldo delle partite correnti sta migliorando anche grazie (si fa per dire) al crollo dell’import, conseguenza della stretta fiscale e del crollo del reddito nazionale.

Quindi, se mai riuscissimo ad aumentare la produzione di idrocarburi, potremmo arrivare prima e con meno dolore al riequilibrio, anziché passare da una devastante deflazione interna, che manderebbe (che manderà, anzi che sta già mandando) all’aria i conti e le esistenze di milioni di persone. Ovviamente, non stiamo affermando che l’Italia è il nuovo Texas: magari siamo del tutto a secco di idrocarburi. Ma se non mettiamo mano ad una seria attività di prospezione con finalità minimale di mappatura, non avremo neppure modo di arrivare a questa conclusione, e continueremo a dibattere sul nulla, ma sempre rigorosamente senza se e senza ma.

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