Gli stipendi, vittima sacrificale della peggiocrazia italiana

Un grafico elaborato da JPMorgan illustra, per ognuno dei PIIGS, l’evoluzione di costo del lavoro nominale per unità di prodotto, disoccupazione e saldo delle partite correnti dall’inizio della crisi ad oggi. Le evidenze mostrano il nostro paese come deviante rispetto agli altri quattro. Che implicazioni da ciò?

Come si vede nel grafico qui sotto, il nostro paese è l’unico tra i Piigs ad aver registrato nel periodo un aumento del costo del lavoro nominale per unità di prodotto, mentre gli altri hanno proseguito sulla strada della deflazione salariale. Analogamente, l’Italia ha finora registrato un minor deterioramento del proprio mercato del lavoro (tutto è relativo, ovviamente, considerando anche il livello di partenza del tasso di disoccupazione), e pare non aver fatto particolari progressi nel restringimento del deficit delle partite correnti, mentre gli altri quattro paesi sembrano aver “beneficiato” soprattutto di un crollo delle importazioni che, almeno da questi dati, pare superiore al nostro.

Se obiettivo è quindi quello di recuperare competitività, pare che non ci siamo proprio. Il che pare destinato a rafforzare la pressione per giungere a tagli delle retribuzioni. In realtà, come segnalava anche l’editoriale di ieri del professor Luigi Zingales sul Sole, obiettivo vero sarebbe quello di ridurre il cuneo fiscale, visto che le retribuzioni nette italiane sono già sufficientemente compresse. Purtroppo, esiste un non trascurabile rischio che le cose vadano altrimenti, e che alla fine paghino gli stipendi netti in busta paga.

Per tagliare il cuneo fiscale, infatti, servirebbe un taglio di spese tale da liberare risorse per coprire la riduzione degli oneri che gravano sulle buste paga. Ma finché la crisi continuerà a mordere in questa maniera, aprendo nuovi buchi di bilancio, ogni taglio di spesa finirà a colmare i buchi e non a sostituire tassazione, come invece dovrebbe accadere. Nel frattempo, la crisi determinerà un’accelerazione delle perdite di posti di lavoro ed una pressione a tagli delle retribuzioni nominali, per effetto di domanda ed offerta.

Ancora una volta, quindi, i lavoratori pagano colpe non proprie, ma si trovano presi a tenaglia nella morsa della crisi, oltre che dell’imprevidenza di una classe politica inetta, che non ha operato per ristrutturare l’economia in tempo di pace, e che non può evidentemente farlo in tempo di guerra, ammesso e non concesso di esserne capace. L’importante però è nascondersi dietro Monti, divenuto il nuovo scudo di una generazione di parassiti letali. E con questo termine non intendiamo solo la classe politica, ma anche quella che guida le grandi imprese italiane.

L’argomentazione di Zingales, ormai divenuto studioso e censore della “peggiocrazia” italiana nelle sue molteplici forme, oltre che grande accusatore dell’ambito in cui il “parassitismo dirigente” italiano maggiormente si annida, è esemplare:

«Le cause di questo gap produttivo sono molte, dagli scarsi investimenti ad un sistema scolastico che non prepara adeguatamente i nostri ragazzi al mercato del lavoro. Ma una grossa fetta di responsabilità spetta al nostro management, che – in studi internazionali – sembra essere uno dei peggiori dei paesi avanzati. Se FonSai è arrivata sull’orlo del fallimento, non è perché i suoi dipendenti guadagnavano troppo, erano poco flessibili o troppo protetti dallo Statuto dei lavoratori. E’ perché la società era gestita male, da manager incompetenti»

Vale la pena ricordare queste semplici verità a tutti coloro che, col ditino levato, spiegano che i lavoratori italiani sono “troppo rilassati” o poco duttili alle “nuove esigenze” del sistema produttivo. La vera tragedia italiana è la sua classe dirigente, in senso lato.

Riequilibrio PIIGS

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