Il gigante (nuovamente) malato

E’ iniziato tutto con le proteste studentesche contro l’aumento del prezzo dei biglietti dell’autobus a Sanpaolo, ma sta rapidamente espandendosi alla messa in discussione del sistema politico del paese. Sullo sfondo, i fondamentali macroeconomici in costante deterioramento ed i nodi di riforme troppo a lungo rinviate vengono ora al pettine. E’ l’inverno (australe) dello scontento brasiliano.

Le interpretazioni degli analisti paiono per il momento convergere sull’insofferenza di una classe media formatasi un po’ in tutta l’America Latina dopo un decennio di crescita economica a passo di carica (tranne che per i soliti noti) e di forte riduzione della disoccupazione. Insofferenza per la scarsa qualità dei servizi pubblici e per una classe politica percepita come fortemente corrotta. Senza entrare in analisi di questo tipo (per ora), riteniamo utile una rapida analisi del quadro macroeconomico del paese, senza pretesa di esaustività.

Il primo dato è il vistoso rallentamento della crescita brasiliana: nel primo trimestre di quest’anno il Pil è cresciuto di solo lo 0,6 per cento trimestrale. Considerando che il rallentamento sta colpendo tutto il pianeta, soprattutto gli emergenti (incluso il motore cinese), il dato per sé non appare eclatante. Lo diventa però considerando che il Brasile sta sperimentando un’inflazione caparbia e costantemente sopra il target della banca centrale. Queste condizioni di sostanziale stagflazione suggeriscono che il problema è anche e sopratutto domestico.

Nel decennio di governo del Partito del Lavoratori, con Lula prima e con Dilma Rousseff da un paio d’anni, il Brasile ha strappato alla povertà vasti strati della popolazione, mentre il boom delle materie prime ha fornito carburante fiscale al welfare, coprendo i deficit di riforme strutturali. Gli enormi afflussi di capitali globali, spinti dalla ricerca di rendimento, hanno fatto il resto, al punto da spingere il governo brasiliano a frenare il “denaro caldo” con una tassa sugli investimenti finanziari esteri.

Dilma Rousseff, in particolare, ha spinto la crescita alzando il salario minimo e la spesa pubblica, riducendo progressivamente l’avanzo primario dei conti pubblici, ed ha forzato le banche pubbliche a largheggiare nella concessione di credito. La conseguente inflazione non è stata immediatamente contrastata dalla banca centrale alzando i tassi d’interesse, mentre il governo ha ritenuto di perseguire la strada politicamente più pagante, riducendo le imposte indirette e sussidiando i beni e servizi a maggiore impatto sui prezzi, come alimentari, carburanti e biglietti dei trasporti pubblici, questi ultimi oggi il detonatore della protesta. Tutte azioni che massimizzano il consenso elettorale nel breve periodo ma accumulano squilibri che fatalmente giungono all’incasso, come cambiali.

Oggi, pare che questo incasso sia sempre più vicino: le famiglie si sono ampiamente indebitate ed oggi tirano il freno dei consumi, erosi anche dall’inflazione elevata e di circa due punti percentuali superiore all’obiettivo fissato dalla banca centrale, che ha di recente alzato i tassi ufficiali di mezzo punto, all’8 per cento. I forti afflussi di capitali esteri, oltre a spingere i consumi domestici, hanno causato un ampio deficit delle partite correnti (concentrato nella componente servizi, in particolare il turismo) ed ora che gli investitori globali stanno ritirando precipitosamente i propri fondi dai mercati ad alto rendimento, ciò si traduce in forti deflussi di riserve valutarie.

Il paese deve passare da una crescita trainata dai consumi ad una spinta dagli investimenti (oggi molto bassi, poco sopra il 18 per cento di Pil su base annua) e da riforme strutturali di produttività. Ma non è così semplice, in termini di consenso: la coalizione di governo resta a forte impronta di sinistra, anche terzomondista, e far passare privatizzazione di strade e ferrovie con obiettivi di redditività non simbolica resta opera impervia. Gli stessi sussidi finiscono col danneggiare pesantemente lo sviluppo degli investimenti: tenere bassi i prezzi dei carburanti, ad esempio, danneggia il gigante petrolifero statale Petrobras ma anche i produttori di etanolo da canna da zucchero.

Il paese resta ancora molto interessante per gli investitori internazionali, come dimostrano gli imponenti investimenti diretti esteri, ma l’impressione è che siamo ad un punto di discontinuità: serve disinflazionare l’economia brasiliana con uno shock di produttività, e trasformare in parallelo il welfare. Diversamente, il paese rischia di finire impantanato in un modello di sviluppo disfunzionale, prima della resa dei conti finale, anche nelle piazze. Il peperoncino da solo non basterà, come sempre.

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