Un’appendice di ridicolo

Pregevole frasetta del neo-capogruppo grillino al Senato, Nicola Morra, in merito al nuovo caso di “dissidenza” entro il M5S,  quello della deputata sarda Paola Pinna, attaccata dai colleghi ed indicata dagli “ortodossi” come “dissidente pronta a lasciare”. Questa caricatura orwelliana è davvero sfiziosa.

Che ha detto Morra, riferendosi alla Pinna? Questa cosina:

«Con Pinna ci parleremo e cercheremo di avere un colloquio franco e serrato. Se poi a seguito di tale colloquio ci dovesse essere un’appendice di dissenso dovremo valutare quale strada seguire»

“Un’appendice di dissenso” è sublime. Ricorda atmosfere sovietiche, l’impossibilità di creare una dialettica interna, l’obbedienza pronta e cieca al “volere collettivo”, che semplicemente non è tale. Inutile perderci troppo tempo: parliamo di un movimento carismatico che sta rapidamente degenerando in setta, prima del collasso finale. La “produzione” legislativa è basata sul nulla, anche se qualcuno ancora insiste sul contrario, ingannandosi. La visione d’insieme del movimento è di antagonismo al sistema al limite dell’allucinazione, inclusa l’esportazione del “Mondo Nuovo”. L’opposizione lisergica è l’unico modo di cui dispone una simile organizzazione per sopravvivere, almeno nella psiche del Leader assoluto e supremo. Come in ogni setta, la paranoia diviene canone di vita, i traditori si moltiplicano, i complotti sono dietro ogni angolo.

Purtroppo lo sono anche quelli degli elettori, si direbbe. Credere che basti strepitare come degli ossessi contro i costi della politica per mettere in piedi un programma politico fa ridere, se non ci fosse da piangere. E’ del tutto ovvio e prevedibile, date le premesse, che un movimento di questo tipo non può allearsi con nessuno sino alla vittoria finale, la conquista del cento per cento delle assemblee elettive. In nome della democrazia, s’intende.

Ci sono evidentemente anche risvolti psicologici, come assoggettare svariate decine di persone agli umori del Leader Supremo. Se è vero, come affermano alcuni, che senza il brand di questo leader nessuno sarebbe arrivato in parlamento, è parimenti vero che queste dinamiche di potere ormai non esistono più neppure nella Repubblica Islamica dell’Iran. Perdere una quota di “dissidenti” (termine dalla triste caratterizzazione storica, se solo ci si fermasse a riflettere sull’uso delle parole) è forse fisiologico, usare per essi l’immortale categoria dello scilipotismo è analisi frettolosa ed inadeguata alle modalità di esercizio della leadership di questa organizzazione. Che ha in sé i germi dell’autodistruzione perché rinnega l’individualità in radice. E peraltro non si inventa nulla: i Tribunali del Popolo erano gli avi della Rete, in caso vi fosse sfuggito.

Ancora una volta, è stata persa una grande occasione di rinnovamento. L’unico aspetto positivo di questi fenomeni, è che ormai l’emivita di queste entità “rivoluzionarie” si è drasticamente ridotta, ed i danni inflitti ad un sistema morente sono minimi. Assai magra consolazione, comunque.

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