Insolazione e costituzione

Un bel lancio d’agenzia agostano (di quelli che, nelle intenzioni dell’autore, dovrebbero fare più rumore), che dimostra plasticamente che accade quando l’ignoranza si sposa con lo zelo. L’effetto comico, ma anche vagamente inquietante, è assicurato.

Autrice della prodezza è tal Sandra Savino, che sulle pensioni d’oro e la recente sentenza della Consulta, articola (si fa per dire):

«Non c’è nessuno che possa giustificare oggi in Italia, a parte i centomila stimati beneficiari, il fatto che ci siano delle persone che percepiscano – molte delle quali continuando a lavorare – decine di migliaia di euro al mese, come se attraversassimo un’età dell’oro e non uno dei periodi di crisi più difficili della storia del nostro Paese»

E fin qui, tutto bene: buoni sentimenti e ragionevolezza. Ma la prosecuzione del ragionamento mostra un evidente effetto della calura stagionale:

«Quella che potrebbe essere la più ragionevole delle azioni, ovvero la decisione di imporre un taglio a delle cifre eticamente immorali viene bloccata da un dettame costituzionale che suona come una beffa per tutti quegli italiani i quali debbono sopravvivere con una pensione di settecento Euro al mese. Mi chiedo dove siano finiti, di fronte a questo paradosso sconfinante nell’ingiustizia, tutti coloro i quali ritengono essere la Costituzione un totem intoccabile, mentre invece non passa giorno che non emerga l’inadeguatezza di uno strumento giuridico che, in alcuni passaggi, appare palesemente obsoleto»

La sentenza della Consulta ribadiva il principio di eguaglianza (articolo 3 Cost.) e capacità contributiva (art.53 Cost.) ma, nel caso di specie, esprimeva anche quella che, in scienza delle finanze, viene definita “equità orizzontale”: dati due soggetti, a parità di reddito tra gli stessi, la pressione fiscale deve essere uguale. Se ci sono un pensionato ed un lavoratore attivo che hanno lo stesso reddito, applicare al primo un “contributo di solidarietà” (per quanto ragionevole in un’ottica di riallineamento -comunque molto parziale- delle prestazioni previdenziali ai contributi versati) e lasciare indenne il secondo, viola l’equità orizzontale e quella in senso lato. Data la formulazione dell’intervento da parte del legislatore, la Consulta aveva assai poche alternative. Troppo difficile da capire? Pensate che lo stesso pronunciamento è stato formulato dalla corte costituzionale portoghese.

E’ quindi giusto  e necessario pensare a come mettere una toppa a squilibri inaccettabili, visti in un’ottica “contributiva” del sistema previdenziale, alla quale per fortuna siamo oggi divenuti molto sensibili. Ma usare questa esigenza per sparare a zero contro la Costituzione (che non è un feticcio, né “la più bella del mondo”, come sospirano i soliti romantici rintanati nella caverna di Platone), è puramente e semplicemente demenziale. Tanto più che si parla del principio di eguaglianza, che difficilmente diverrà “obsoleto”, anche in un paese bizzarro come l’Italia.

Che fare, quindi? In attesa di capire se e come sia possibile agire sul cosiddetto “acquisito” senza far passare la correzione per imposizione fiscale “mirata” e quindi incostituzionale, restano poche vie: o il blocco completo e definitivo delle indicizzazioni (soluzione d’impatto finanziario molto contenuto, viste le cifre di cui si parla), oppure una nuova aliquota massima Irpef (magari sotto forma di addizionale), che renderebbe la curva più ripida ma con potenti effetti di disincentivo all’offerta di lavoro e d’impresa. Non esistono soluzioni semplici né indolori. Esiste, per contro, un eccesso di offerta di ignoranza, demagogia e desiderio di compiacere i propri referenti politici. Si potesse tassare quello, saremmo a cavallo.

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