La missione della Cassa Depositi e Prestiti nella Grande Crisi

Interessante intervista a l’Unità del presidente della Cassa Depositi e Prestiti, Franco Bassanini, pubblicata ieri. In essa Bassanini parla di alcune ipotesi per il cosiddetto “allargamento del perimetro” di attività della Cassa, a sostegno dell’economia, dopo la presentazione del nuovo piano industriale 2013-2015. Di tali ipotesi, e delle linee guida ad esse sottostanti, occorre una valutazione piuttosto rigorosa, visto quanto è concupita, oggi più che mai, la poderosa dotazione finanziaria della Cassa, e quali e quante situazioni di difficoltà economica, ad ogni livello, esistono oggi in Italia.

Bassanini precisa che, allo stato attuale, non è previsto un investimento diretto della Cassa in Telecom Italia, ma solo un ingresso nella società risultante dallo scorporo della rete, “per accelerare la modernizzazione di una infrastruttura strategica per il paese”. Prendiamo atto, e prendiamo atto anche del fatto che Telecom Italia appare in affanno su indebitamento e capacità di mantenimento dei propri margini, a causa della nuova ondata di competizione sui prezzi del mobile, che si abbatte (non a caso) su un settore ormai maturo, e che ha quindi spinto tutte le agenzie di rating a mettere sotto osservazione il debito del nostro incumbent, che rischia di essere declassato a junk.

Bassanini risponde poi ad una domanda sull’eventuale intervento della Cassa nel settore dell’acciaio, altro “grande malato” di un paese che sembra ormai un cronicario, e coglie l’occasione per precisare i limiti “qualitativi” di investimento della Cassa, che sono il reale spartiacque tra una gestione “sana” ed “europea”, cioè simile a quella delle consorelle tedesca e francese della Cassa, ed invece il ritorno dell’Iri, ed un rischio potenzialmente molto grave per il risparmio postale degli italiani:

Visto che la Cdp gioca un ruolo in Europa, e che la produzione dl acciaio in Italia è un tema europeo, potete intervenire nell’Ilva?
«E un dossier che nessuno ci ha sottoposto, quindi non so. Ricordo comunque che noi abbiamo dei vincoli precisi imposti dalla legge e dallo statuto: non possiamo investire in società in crisi, non possiamo fare ristrutturazioni industriali, possiamo investire solo in società in condizioni di stabile equilibrio economico, patrimoniale e finanziario. In più, l’Europa ci impone di comportarci come un prudente investitore di mercato. E la Banca d’Italia, che ci vigila, richiede che il nostro capitale sia adeguato ai rischi che ci assumiamo»

Questa è la discriminante fondamentale: niente investimenti in società che non si trovino in stabile equilibrio economico, patrimoniale e finanziario. Naturalmente, sappiamo anche che in pochi altri paesi al mondo il significato delle parole tende a divenire così malleabile come in Italia, quindi occorrerà vigilare.

Parliamo ora del tema fondamentale dell’allargamento del perimetro di operatività della Cassa. Per Bassanini occorre adeguarsi alla prassi tedesca e francese:

«Prima di tutto rimuovere alcuni limiti incongrui, che i nostri cugini francesi e tedeschi non hanno. Per esempio, tramite le banche finanziamo a medio termine le Pmi, perché non anche le Midcap? E perché non dare una mano al lancio dei mini-bond emessi dalle Pmi per finanziarsi? Ma c’è anche altro. Per esempio la KfW tedesca è esente da tasse, non paga dividendi ed ha la controgaranzia dello Stato per le sue attività. Ora, escludiamo le prime due voci che in Italia sono impercorribili. Noi tra tasse e dividendi diamo ogni anno allo Stato circa 4 miliardi di euro; e le Fondazioni hanno diritto a un’equa remunerazione dei capitali che hanno investito in Cdp. Ma una qualche controgaranzia dello Stato, non computata nel debito pubblico come quella tedesca, avrebbe un impatto rilevante. Per esempio: finora abbiamo messo a disposizione un fondo da 18 miliardi da cui le banche tirano liquidità a condizioni vantaggiose per finanziamenti a medio periodo alle Pmi. Sono stati già utilizzati 11 miliardi, che sono andati a circa 65mila imprese. I tedeschi fanno lo stesso, ma in più KfW si assume anche una parte del rischio dei finanziamenti alle Pmi, proprio perché ha alle spalle la garanzia dello Stato. Così le banche tedesche, scaricando una parte dei rischi, hanno meno assorbimenti di capitale quando finanziano le loro Pmi. Lo stesso vale per le garanzie all’export. In Francia, in Germania e altrove lo Stato controgarantisce i grandi rischi, dietro pagamento di un premio. Se Sace ne potesse godere, farebbe di più per le nostre imprese»

Questi sono punti molto importanti. Intanto, sarebbe utile sapere e capire perché e sotto quali condizioni Eurostat non computa nel debito pubblico la controgaranzia che il governo tedesco presta alla KfW, e quali margini di applicazione analogica esistono per noi. Se dobbiamo competere, in Europa e non solo, meglio farlo sul famoso level playing field. Il punto sulla assunzione del rischio di finanziamento alle PMI è fondamentale, oltre che molto critico. In pratica, in tale ipotesi, se il debitore fallisce, la perdita ricade sulla Cassa (in Germania su KfW), e non sulla banca che eroga il prestito. In tale ipotesi, come segnala Bassanini, le banche non avrebbero assorbimento di capitale di vigilanza perché sarebbero private del rischio di credito. E’ evidente che una simile policy di credito, adottata in un paese in profonda crisi di sistema, quale l’Italia oggi, rischierebbe di caricare sulla Cassa pesanti sofferenze. In alternativa, il credito andrebbe solo alle imprese meno esposte al rischio congiunturale italiano, cioè a quelle che operano sull’export. Ma in tale caso possiamo ipotizzare che le nostre banche abbiano la competenza di discernere tra imprese sane ed imprese a rischio, e l’intervento della Cassa sarebbe meno necessario, oltre che probabilmente visto dalle banche come una forma di concorrenza piuttosto insidiosa.

Il punto è questo: la Cassa non può né deve agire su realtà che appaiono minate dalla congiuntura, perché questo ne metterebbe a rischio i conti. Allo stesso modo, la Cassa non deve realizzare salvataggi di imprese in crisi strutturale, perché questo ne muterebbe geneticamente la missione, facendone la reincarnazione dell’Iri. Riguardo il rapporto con le nostre banche, sappiamo che quest’ultime stanno riducendo il proprio grado di leva finanziaria, per questo prestano poco e molto selettivamente ad imprese e famiglie, oltre che per i sopracitati rischi “di sistema”, cioè che l’intero paese vada in malora. La Cassa non può quindi sostituirsi alle banche nell’attività di credito ordinario, se non per importi simbolici e legati ad una sua pretesa funzione “sociale”.

La Cassa può e dovrebbe fare tutto quello che fanno le consorelle francese e tedesca ma il rischio, al di là del nostro quadro congiunturale fortemente deteriorato, è che si trasformi in qualcosa di ulteriormente disfunzionale per il paese e nel paese. Mai come in questo momento serviranno uomini dotati di senso dello stato. Ne abbiamo?

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