L’italianità colpisce ancora

Oggi, sul Fatto Quotidiano, compare una notizia passata inosservata al resto della nostra stampa: il Fondo Strategico Italiano (FSI), creatura tremontiana della Cassa Depositi e Prestiti, entra con un investimento intorno a 100-120 milioni di euro nella holding della famiglia Brunelli che controlla la società Finiper, che opera nella grande distribuzione attraverso i marchi Iper ed Unes. FSI acquisirà una partecipazione di minoranza qualificata sino al 20 per cento, e potrebbe successivamente ampliare la propria presenza. La domanda sorge spontanea: cosa ci sarà mai di “strategico” nella grande distribuzione organizzata italiana?

La risposta sta nel comunicato stampa di FSI, che parla di opportunità di porre le basi per una crescita del gruppo in un “settore altamente frammentato, ma strategico per la filiera agro-alimentare”, in cui “i primi tre operatori detengono il 34 per cento del mercato della grande distribuzione organizzata, rispetto al 60 per cento della Gran Bretagna, il 58 per cento della Germania, il 55 per cento di Francia e Spagna”. Nella stessa nota si trova un riferimento alla necessità di difendere l’italianità del comparto, al solito. Che questa sia una motivazione all’investimento “strategico” lascia effettivamente perplessi. Si potrebbe ricordare in cosa può investire prioritariamente FSI da statuto, cioè nella

«(…) assunzione di partecipazioni sul capitale di società di capitali che presentino significative prospettive di sviluppo e che operino nei settori della difesa, la sicurezza, le infrastrutture, i trasporti, le comunicazioni, l’energia, le assicurazioni e l’intermediazione finanziaria, la ricerca e l’innovazione ad alto contenuto tecnologico e i pubblici servizi»

Se vi pare che quello in supermercati non rientri esattamente in tali tipologie di investimenti, fatevela passare leggendo i punti ii) e iii) dell’oggetto sociale, e capirete che il punto i) è una pura e semplice copertura “nobile” per potersi fare gli affari propri praticamente in tutti i settori merceologici, inclusi quelli non propriamente avanzati e neppure dotati di “significative prospettive di sviluppo” o di “innovazione ad alto contenuto tecnologico”, visti i parametri utilizzati nei punti ii) e iii) dell’articolo 3 dello statuto. Ricordiamo che FSI è stata creata nella primavera del 2011, quando sui giornali e nei salotti e salottini indebitati del nostro capitalismo da pezze al fondoschiena impazzava il dibattito sulla italianità di Parmalat ed alla politica giungevano accorate invocazioni di aiuto. Quell’affare sfuggì ma i successivi no, evidentemente.

L’investimento di FSI, secondo l’autore del pezzo, Alberto Crepaldi, avverrebbe in una holding attiva anche fuori dalla gdo:

«La società nel cui capitale il Fondo acquisirà la partecipazione entro luglio – la Canova Spa, holding di controllo della Finiper – è attualmente impegnata in settori esterni a quello della grande distribuzione organizzata. In particolare in due notevoli interventi immobiliari a Milano. Il primo, riguarda la trasformazione urbana di 1,6 milioni di mq dell’area ex Alfa di Arese, prevede un investimento di 800 milioni di euro. Mentre il secondo, con il quale rinascerà un vero e proprio quartiere (Cascina Merlata) a nord-ovest di Milano, ha un valore di 1,2 miliardi di euro. Il dubbio è che in realtà l’investimento di Fsi sia soprattutto finalizzato a garantire liquidità necessaria al patron di Finiper per la realizzazione di investimenti immobiliari, peraltro inseriti nel complesso piano di interventi legati ad Expo 2015»

Non sappiamo se questa maliziosa lettura corrisponda al vero. Quello che ci sembra di poter affermare è che lo statuto di FSI è la più trasparente delle foglie di fico, relativamente all’oggetto sociale, visto che può fare tutto ed il contrario di tutto. Che spetti ad una entità pubblica guidare il consolidamento di un settore come quello della grande distribuzione organizzata, con l’obiettivo di difenderne la famigerata “italianità” di filiera lascia perplessi, per usare un eufemismo. C’è solo da sperare che tutto vada per il meglio, che FSI si dimostri redditizia e che l’unica vera italianità strategica (il risparmio postale degli italiani) venga difesa con le unghie e con i denti. Sperare resta gratuito, anche nei tempi confusi e melmosi che stiamo vivendo.

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