Macromonitor – 13/10/2013

Mercati azionari ancora condizionati dalle notizie provenienti dal Congresso statunitense mentre gli emergenti, anche sul valutario, e l’obbligazionario appaiono pressoché insensibili al flusso di notizie provenienti da Washington.

Verosimilmente, i mercati ritengono che un vero default sia e resti evento del tutto improbabile, oltre che profondamente distruttivo ed autolesionistico per le parti in conflitto negoziale, e che si rischi al più un ritardo tecnico nel pagamento di titoli di stato e cedole in scadenza, motivo per il quale gli investitori aumentano temporaneamente la quota investita in liquidità ed evitano titoli in scadenza intorno alla data di raggiungimento del tetto di debito. Le ultime informazioni provenienti da Washington ipotizzano che tale scadenza possa essere il 22 novembre. In caso di ritardo nel pagamento di cedole e capitale, e se tale ritardo verrà ufficialmente comunicato il giorno precedente, tutti i Treasury resteranno trasferibili ed utilizzabili nei sistemi di scambio elettronico della Fed, quindi anche per operazioni di pronti contro termine, anche se verosimilmente attraverso applicazione di un maggiore scarto di garanzia.

E’ importante, in questo quadro, considerare anche il probabile impatto di un accordo congressuale: un taglio immediato di spese (anziché differito a dopo il 2014) rischia di deprimere ulteriormente la crescita. Più in generale, il contrasto ideologico tra i due partiti è così radicale che lo stallo rischia di perpetuarsi per molto tempo a venire e bloccare iniziative di riforma pro-crescita, ad esempio su immigrazione, riforme fiscali, interventi sulle infrastrutture. Questa paralisi rischia quindi di rovesciare le speranze di crescita esclusivamente sulla Fed di Janet Yellen, e rinviare o rallentare la normalizzazione delle condizioni monetarie.
A livello di impatto sui mercati, uno scenario del genere favorirebbe i prodotti a spread rispetto alle azioni, e gli attivi non statunitensi.

Sul mercato dei titoli di stato, rendimenti pressoché invariati o in lievissimo rialzo in settimana. Come detto, il rischio di rinvio di pagamenti su debito federale si sposterebbe da ottobre a fine novembre, in ipotesi di un rinvio di 6 settimane al dibattito sul tetto del debito. Ipotesi che tuttavia nelle ultime ore pare perdere consistenza.

Sui mercati azionari in settimana si è registrato un recupero. La reporting season statunitense del terzo trimestre, appena iniziata, non dovrebbe risultare determinante nello spostare le quotazioni.

Sui mercati dei prodotti a spread, il rinvio del tapering da parte della Fed ed il verosimile ulteriore spostamento sulla politica monetaria dell’onere della crescita, rivalutano l’attrattività di tali investimenti, e forniscono ai paesi emergenti con maggiori squilibri macroeconomici (ed agli investitori) più tempo per l’aggiustamento.

In settimana materie prime invariate, con un rally dell’energia che ha controbilanciato prezzi in calo per i metalli preziosi. Lieve flessione per le materie prime agricole e metalli base pressoché invariati. Sul mercato petrolifero, le continue tensioni civili in Libia, le perdite di produzione in Nigeria ed il rallentamento della produzione in Iraq hanno più che compensato i forti aumenti della produzione saudita, conducendo ad un calo complessivo della produzione OPEC, ai minimi di quasi due anni. Ciò si confronta con l’incremento superiore alle attese della produzione domestica statunitense, e deprime i prezzi del WTI rispetto a quelli del Brent. Più in generale, le condizioni piuttosto strette di offerta globale ed il livello relativamente basso di scorte globali dovrebbero mantenere le curve forward piuttosto ripide e (soprattutto) negativamente inclinate. Ciò significa che una posizione lunga sul primo contratto futures ha un roll sulla seconda scadenza che produce al momento un utile mensile dell’1%.

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