Il gioco delle tre gabellette

Da tempo l’Abi, l’associazione dei banchieri, invoca un provvedimento che permetta di porre le banche italiane sullo stesso piano di quelle europee, che detraggono integralmente le perdite su crediti nello stesso esercizio d’imposta in cui tali perdite vengono riconosciute. In teoria, ciò consente alle banche di ripulire i propri bilanci e di non giocare all’extend & pretend, continuando a considerare in bonis prestiti che sono invece irrimediabilmente persi. Il governo italiano si è cimentato nell’esercizio, ed apparentemente avrebbe dato una manina alle banche. E invece pare che questa manina sia un dito, forse addirittura quello medio.

Almeno così segnala Angelo Baglioni su lavoce.info. La legislazione fiscale italiana prevede che le perdite su crediti che eccedono in un esercizio lo 0,30% del totale dei crediti in essere siano fiscalmente recuperabili, in quote costanti in 18 (diciotto) esercizi d’imposta, un’era geologica inventata dalla premiata ditta Silvio & Giulio nel 2008, sempre per fare cassa ma senza darlo troppo a vedere, “pevché le banche sono vicche“. In questa congiuntura, una norma del genere è un incentivo a trasformare le banche in zombie, e indurle a fingere che i loro prestiti siano performing, come direbbero gli anglosassoni. Per venire incontro alle richieste dei banchieri, il governo ha ridotto questo termine a cinque anni. Che è meglio che un calcio nelle gengive, dopo tutto. Tuttavia…

«Tuttavia, il Governo Letta non ha rinunciato alla tentazione di cogliere anche questa occasione per fare cassa nell’immediato. Infatti il comunicato governativo (“Legge di stabilità 2014: linee guida”, 15 ottobre) stima maggiori entrate dal provvedimento per oltre due miliardi nel 2014. Come si spiega che una maggiore deducibilità consenta maggiori entrate? In realtà, sembra che il Governo abbia usato il bastone oltre alla carota. Finora infatti le perdite accertate tramite una procedura concorsuale (fallimento, per intenderci) sono deducibili integralmente subito, così come quelle rientranti nel plafond pari allo 0,3% del totale degli impieghi. D’ora in avanti, invece, anch’esse diventerebbero deducibili in cinque anni.
Quindi le perdite accertate nel 2013 sono deducibili subito solo per il 20 per cento, anziché interamente. Se questo aspetto della manovra venisse confermato nella versione definitiva approvata dal Parlamento, conterrebbe una evidente contraddizione: se da un lato va nella giusta direzione di allineare il trattamento delle perdite su crediti allo standard internazionale, dall’altro segue la direzione opposta, introducendo un penalizzazione ingiustificata per le banche italiane»

Perché nascono simili norme, che sembrano partorite da una mente malata? Semplicemente perché non c’è un soldo bucato, e si continua a fare le nozze con i fichi secchi e tanta, tanta propaganda come condimento.

P.S. Sì, lo sappiamo: morte alle banche che affamano il popolo, eccetera eccetera. Magari non morte ma piume e catrame per alcuni banchieri-faccendieri, quello ci starebbe pure. Ma resta la scomoda verità che, senza la stabilizzazione della nostra economia e la ripulitura del bilancio delle nostre banche (assai costosa per il contribuente, comunque la si giri), continueremo a menare una assai grama esistenza.

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