Una storia di indubbio insuccesso

Pubblicato da Eurostat il dato finale per il 2012 delle metriche di deficit e debito per Eurozona ed Unione europea. Dalle quali balzano agli occhi (almeno, si spera) alcune caratteristiche distintive di questo “risanamento”.

Intanto, pare che il rapporto deficit-Pil sia in un trend calante, su base pluriennale: dal 6,4% del 2009 al 3,7% del 2012, in Eurozona. Fantastico, direte voi. Può essere, ma il modo in cui questo trend sta venendo perseguito non è esattamente virtuoso, visto che trova contropartita in un aumento del rapporto debito-Pil, che (sempre in Eurozona) passa dall’80% del 2009 al 90,6% del 2012, in aumento sistematico ogni anno. Prima inferenza: forse che la stretta fiscale pluriennale sta mordendo eccessivamente, causando condizioni di recessione che in alcuni paesi, sommandosi al credit crunch bancario, sfociano in depressione conclamata? Chi può dirlo (si fa per dire).

Altro elemento interessante è l’andamento della pressione fiscale. Che, nei paesi dell’Eurozona, è in crescita ovunque. Anche qui, la domanda sorge spontanea: se un paese è in recessione e la sua pressione fiscale aumenta, è situazione virtuosa o viziosa? Sarà mica un tentativo di chiudere buchi di bilancio realizzato a mezzo prevalente di tasse, visto che l’azione di taglio della spesa pubblica è terribilmente difficoltosa, in una democrazia, per giunta in recessione? E infatti, manco a farlo apposta, anche l’incidenza della spesa su Pil è in aumento un po’ ovunque. Forse che, dato il contesto recessivo-depressivo, sulla spesa pubblica incide l’operare degli stabilizzatori automatici, come sussidi di disoccupazione ed assimilati? Chi può dirlo.

Forse così è più chiaro cosa si intende quando si dice che in recessione è tutto più difficile. Eppure, c’è un bel catch-22: quando c’è crescita non si taglia la spesa (previa valutazione della sua efficacia ed efficienza, s’intende: no agli ideologismi); ma quando c’è recessione/depressione non si riesce a tagliare la spesa, perché l’effetto derivante è ancor più depressivo.

Ultima considerazione: Eurostat fornisce l’incidenza sul Pil del “credito intergovernativo nel contesto della crisi finanziaria”. Cioè dei soldini conferiti dai singoli paesi ai fondi salvastati. Nel 2012, con l’entrata a regime dell’ESM, questo valore è cresciuto ma resta ancora nel complesso contenuto. Per l’Italia questi prestiti valgono il 2,4% del Pil, per Germania, Francia e praticamente tutti gli altri paesi creditori siamo intorno al 2%. Nota per quelli che “con tutti i soldi che abbiamo dato ai salvastati, a quest’ora noi italiani avremmo potuto salvare il paese e vivere felici e contenti“: a parte che con un 2% di Pil è dura salvare alcunché, ma provate a mettere sull’altro piatto della bilancia i 110 miliardi di Btp comprati dalla Bce nell’ambito del defunto Securities Markets Program (SMP), e che sono ancora in pancia all’Eurotower. E sommate anche i 200 miliardi di prestiti straordinari triennali LTRO erogati a banche italiane dalla stessa Bce, e senza i quali il nostro sistema bancario sarebbe semplicemente fallito, e poi ne riparliamo. Forse allargare lo sguardo oltre il proprio naso può essere d’aiuto, a volte.

Come dite? Che se non fossimo stati nell’euro non ci sarebbe stata la crisi delle nostre banche, e quindi niente aiuti pelosi della Bce? Avete ragione (forse), ma con questa considerazione si cambia radicalmente piano di analisi. E si finisce dritti nelle ucronie alla Philip Dick. Oppure, molto più banalmente, si finisce a Roma, dove in casi del genere si tende a liquidare il dibattito con un bel “se avessi cinque palle, sarei un biliardo”.

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