Salvaguardati a morte

Oggi, su l’Unità, c’è un commento di Vincenzo Visco sui rischi insiti nella filosofia della Legge di Stabilità, e nelle famigerate “clausole di salvaguardia”, che rischiano di essere la pietra al collo di un paese il cui sistema politico ha ormai raggiunto livelli pre-agonici di disfunzionalità. Chiunque ritenga di discernere il dito (Vincenzo Visco) dalla luna (l’analisi contenuta nel suo articolo), può continuare a leggere. Saranno molto pochi, a giudicare dalla “qualità” del dibattito che i social network paiono incoraggiare, basato su tassonomie ad uso di soggetti sempre più deprivati di capacità di discernimento e senso critico.

Nell’editoriale, Visco evidenzia il rischio altissimo delle clausole di salvaguardia, che nell’esperienza italiana degli ultimi anni hanno dimostrato di arrivare a scattare anche nei casi in cui ci si pone di fronte un confortevole orizzonte temporale per agire. Scrive infatti l’ex ministro delle Finanze:

«Va ancora considerato che la manovra presenta alcune problematicità di copertura dal momento che nei prossimi anni si prevede una riduzione della spesa pubblica per 10 miliardi facendo affidamento su una spending review tutta da costruire e da verificare e sulla cui effettiva efficacia nel contesto politico italiano è lecito dubitare. Ciò ha reso necessarie l’introduzione di una clausola di salvaguardia (secondo il discutibile approccio di Tremonti e Berlusconi) che prevede, nel caso in cui i tagli non si materializzino, un aumento semiautomatico di alcune imposte»

Nel caso di specie, quindi, pare che l’ottimo Carlo Cottarelli dovrà mettersi a lavorare “pancia a terra” (come usa dire in questi giorni, a conferma del generalizzato imbarbarimento del paese, che si estende ormai anche ai modi di dire) per trovare questi 10 miliardi di tagli di spese in un triennio. E che ci vorrà mai?, già sentiamo dire, dagli spalti. E’ vero. Però se ricordate che gli aumenti Iva degli ultimi anni sono nati come “clausola di salvaguardia” con un orizzonte temporale ampio per operare, ed alla fine sono comunque scattati come tagliola, c’è di che essere inquieti. Perché alla fine, in assenza di accordo, quello che ci toccherà sarà un taglio lineare ed inesorabile delle tax expenditures, cioè un aumento della pressione fiscale netta. E se per caso riuscissimo ad avere veri tagli di spesa…beh, quello ve lo diciamo tra poco.

Prosegue Visco:

«Sono poi previste alcune entrate straordinarie e una tantum di incerto ammontare, e quindi correttamente non quantificate, di cui già si discute l’utilizzazione (e le proposte vanno tutte in direzione di un aumento della spesa corrente o di riduzione delle imposte), mentre esse dovrebbero essere dedicate interamente alla riduzione del debito pubblico sia per impegni comunitari assunti, che per allentare le pressioni e lo scetticismo dei mercati nei confronti della nostra solvibilità finanziaria»

Le entrate straordinarie sono quelle legate al recupero del leggendario tesoro occultato in Svizzera, che è ormai divenuto un topos letterario e di cassa della classe politica italiana (assieme agli F35 ed al costo delle siringhe calabresi e siciliane), non è chiaro se per cinismo elettoralistico o proprio per ingenuità destinata ad essere spazzata via dalla realtà. Altre entrate sono quelle che verrebbero dall’imposta sostitutiva sulla rivalutazione delle quote di Banca d’Italia detenute dalle banche commerciali. Altra manovra aberrata ed aberrante, e che come tale piace molto a Renato Brunetta. Chiusa parentesi. Ora, immaginate che queste due grandi voci di entrata prendano miracolosamente corpo: pensate che destinarle a ridurre il deficit anziché abbattere lo stock di debito sia un modello di gestione dei conti pubblici? Noi no, per nulla. Eppure la pressione per trovare la scorciatoia ed andare in televisione a dire “ce l’abbiamo fatta” è altissima.

Con simili “coperture”, possiamo essere certi che qualcuno ce la farà pagare, fosse quel qualcuno il mercato finanziario o la Commissione europea. Tanto che ci frega, direte voi: noi vogliamo la democrazia, non i diktat esterni. Sempre Visco:

«Infatti, se la situazione non viene mantenuta sotto controllo il rischio di dover tagliare salari e pensioni in essere, spesa sanitaria e servizi locali sotto il diktat della troika è tutt’altro che remoto»

Ultima considerazione di Visco è dedicata alla demenziale telenovela sulla tassazione immobiliare, in particolare sulla seconda rata Imu, per la quale a tutt’oggi ancora manca copertura:

«(…) L’introduzione della nuova imposta sui servizi consentirà nel 2014 di recuperare l’intero gettito dell’Imu sulla prima casa a carico sostanzialmente delle seconde case e degli affittuari. Tuttavia per il 2013 il problema rimane: si tratta di circa 3 miliardi per i quali è stata promessa l’eliminazione di ogni pagamento. Finora nulla è stato previsto e quindi a dicembre l’imposta dovrebbe essere pagata. E poiché risorse aggiuntive non esistono, la misura non potrà essere finanziata, a meno di non superare il tetto del 3% di deficit. Né sembra percorribile la linea da alcuni prospettata di trasformare la rata Imu di dicembre in un acconto della nuova imposta dal momento che l’Imu è una imposta reale e non personale, sicché l’obbligazione tributaria relativa a un dato immobile potrebbe riguardare un proprietario diverso da un anno all’altro (trasferimenti di residenza, vendita dell’immobile, ecc) e qui un acconto risulterebbe inapplicabile»

Questi sono i risultati, quando ignoranza e propaganda dirottano la gestione dei conti dello stato. Però, anche qui, che ci frega? Basta ripetere il mantra che “i saldi non debbono cambiare”, ed ecco aperta la porta alle peggiori nefandezze.

Addendum: per tutti gli appassionati della tassazione delle “pensioni d’oro” come via più breve per la felicità (vero, Matteo?), ecco un paio di numeri che possono aiutare a capire di cosa stiamo parlando:

«La norma della legge di Stabilità sulla deindicizzazione delle pensioni vale, per quanto riguarda il saldo netto da finanziare, 580 milioni di euro nel 2014, 1,380 miliardi nel 2015 e 2,160 miliardi nel 2016. E’ quanto si legge nel prospetto sugli effetti finanziari della legge di Stabilità sui saldi di finanza pubblica. Il contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro vale invece 21 milioni di euro per ciascuno degli anni 2014, 2015 e 2016, sia sul fabbisogno che sull’indebitamento netto» (Ansa)

Avete letto? Ventuno milioni annui per il prossimo triennio. Un vero e proprio bottino, altro che tesoretto. In attesa che arrivi la Consulta con la mannaia. Confrontate invece i numeri del blocco di indicizzazione sulle “pensioni d’oro” (quelle da 3.000 euro lordi mensili). Come diceva Trilussa, per raccogliere tanti soldi bisogna andare dai “poveri”, perché i poveri sono numerosi.

A proposito del taglio di spesa sanitaria, vi proponiamo una scommessa: mettiamo pure i costi standard, e facciamolo presto. Stabiliamo altresì che le Regioni che sforano debbano trovare autonomamente le risorse per colmare il buco, ma senza addizionali Irpef o Irap. Come finisce? Con un bel ticket aggiuntivo che preserva lo status quo, visto che il taglio dei servizi sanitari come risposta alla “carenza di risorse” imposta dai costi standard va ad infrangersi sugli scogli (retorici e reali) dei Livelli Essenziali di Assistenza, con i pazienti in ostaggio della Bestia. Ma ci vuole così tanto a capirlo?

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