Argentina, verso la resa dei conti

Il Fondo Monetario Internazionale ha concesso all’Argentina poco meno di quattro mesi per potersi mettere in regola con la metodologia di calcolo di Pil ed inflazione, che oggi sono una simpatica presa per in giro di popolazione (che ha le sue contromisure), investitori ed istituzioni sovranazionali. In cambio di questa proroga, nessuna sanzione verrà irrogata al fantasioso stato sudamericano. Dietro quello che sembra un penultimatum, e che teoricamente continua ad avere come sanzione suprema l’espulsione di Buenos Aires dal FMI, potrebbe esserci il tentativo tardivo e con tutta probabilità infruttuoso di un riavvicinamento del paese alla comunità economica e finanziaria internazionale. Ma siamo ormai fuori tempo massimo, al tramonto del kirchnerismo che lascerà dietro di sé un cumulo di macerie.

L’Argentina potrebbe tentare di trovare un riavvicinamento con la comunità internazionale mossa dalla disperata esigenza di investimenti e di valuta, visto che le riserve del paese continuano inesorabilmente a calare: alla data del 9 dicembre, secondo i dati ufficiali della banca centrale argentina, siamo a 30,484 miliardi di dollari. Per dare la misura, il 26 settembre scorso eravamo a 35 miliardi, a inizio 2013 a 43 miliardi. Il paese non ha modo di invertire la tendenza, senza profonde (e dolorose) riforme ed un atteggiamento più “collaborativo” con gli investitori internazionali. Da qui il tentativo di giungere ad indennizzare gli spagnoli di Repsol per l’esproprio di YPF, ed i contatti con gli americani di Chevron per sfruttare gli apparentemente enormi giacimenti di shale gas di cui il paese dispone.

Ma per smettere di essere i paria della comunità economica internazionale serve ben altro, non ultimo un accordo col Club di Parigi degli stati creditori  internazionali dell’Argentina, per riscadenziare i circa 9 miliardi di dollari che il paese deve. Di recente, Buenos Aires si è accordata con la World Bank per indennizzare (in dollari) le società estere che erano state danneggiate da blocchi tariffari, svalutazione del peso e nazionalizzazioni successive al default del 2001. In cambio, la World Bank dovrebbe erogare all’Argentina nuovi crediti per 3 miliardi di dollari, perché di quei soldi il paese ha disperato bisogno, avendo perso l’accesso ai mercati internazionali dei capitali (inclusi crediti sovrani) dopo il default del 2001. E l’Amministrazione Obama non smette di premere affinché l’Argentina rientri nel consesso internazionale, costi quel che costi. Cioè moltissimo, per gli argentini.

Ma la strada per arrivare a questo ossigeno passa attraverso la progressiva soluzione di tutte le trovate che il paese ha messo in piedi per mezzo di una politica economica demenziale. E non sarà una passeggiata. Intanto la banca centrale, pur messa sotto tutela governativa, mostra segni di impazienza circa la necessità di contrastare un’inflazione che sta sfuggendo di mano. I tassi sui depositi stanno inesorabilmente salendo, pur restando ancora negativi in termini reali, cioè calcolati sull’inflazione effettiva, che dovrebbe essere tra il 25 ed il 30%. L’aumento dei tassi sui depositi si riverbera ovviamente nell’aumento di quelli sugli impieghi, e comincia ad esercitare un effetto restrittivo sull’economia.

Un’inflazione rampante produce una spirale prezzi-salari altamente viziosa. Ecco quindi che può accadere che i lavoratori che tardano ad ottenere adeguamenti salariali al costo della vita manifestino impazienza. Se tali lavoratori sono le forze dell’ordine la situazione si fa maledettamente difficile, come intuibile. Il governo, come da manuale del perfetto populismo sudamericano, a fine giugno aveva ottenuto da industria e grande distribuzione un blocco dei prezzi su circa 500 articoli, della durata iniziale di tre mesi poi prorogata sino a fine anno. Ora sta negoziando un rinnovo di tale “accordo” ma su un numero molto più contenuto di articoli, non oltre 100-120, quelli che rappresentano i consumi essenziali, quello che da noi si chiamerebbe il “carrello della spesa” e che in Argentina si chiama canasta bàsica.

Questo naturalmente non risolverà nulla: produttori e distributori dovranno in qualche modo essere indennizzati per le pesanti perdite derivanti dal blocco dei prezzi. Diversamente, si creeranno fenomeni di penuria di tipo venezuelano, con tutto quello che ne potrebbe conseguire. Alcuni maliziosi osservatori fanno notare che la canasta bàsica altro non sarebbe che la quasi perfetta sovrapposizione del paniere sul quale si misura l’inflazione, ed un blocco selettivo e limitato ai prezzi di tali articoli servirebbe sia ad abbellire l’indice di inflazione, anche in vista della sua ridefinizione come da richiesta del Fmi, sia a proteggere gli strati realmente più poveri della popolazione. Ovviamente, la strada non è questa.

Anche perché i prezzi di alimentari e bevande inclusi nella canasta bàasica letteralmente scalpitano, come denuncia la Confederación General del Trabajo, il maggiore sindacato argentino. Nell’ultimo anno, l’inflazione del carrello della spesa sarebbe arrivata al 40%, con tanti saluti al blocco dei prezzi. Non solo: per gli italiani di progresso, quelli a cui brillano gli occhi quando si parla dell’Argentina e della sua fierezza antimperialista, potrebbe essere utile sapere che, secondo valutazioni di una università indipendente, il tasso di povertà del paese sarebbe il quadruplo del livello ufficiale. Non stupisce: quando si taroccano i dati di inflazione, si potrà mai fornire dati realistici sulla povertà?

Quindi, per riassumere: il paese è sfiancato da altissima inflazione effettiva e politiche economiche puramente suicide; ha disperato bisogno di fondi esteri, in valuta pregiata, sia da aziende private che da organismi internazionali; per ottenere i quali dovrà non solo pagare le necessarie sanzioni (pur se enormemente attenuate), ma dovrà soprattutto avviare riforme di struttura che nel breve termine causeranno una ulteriroe violenta fiammata inflazionistica ed una stretta monetaria e fiscale che metteranno in ginocchio il paese, promettendo una transizione d’inferno.

In alternativa, si può sempre fingere che nulla stia accadendo e tentare di mettere i sigilli al paese, per non perdere gli ultimi 30 miliardi di dollari di riserve rimasti. Il governo che verrà dopo quello di Cristina Kirchner si troverà di fronte un compito da far tremare le vene ai polsi. L’esito sarà un monito planetario ed epocale contro le scorciatoie in economia. Con moltissime vittime.

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