L’aritmetica? I don’t care

Oggi sul Fatto, intervista di Stefano Feltri al neo responsabile economico della segreteria del Pd targato Renzi, Filippo Taddei. C’è qualche problema di logica nella visione d’insieme, si direbbe.

Taddei inizia con la perdita di potere d’acquisto degli stipendi, ma il bersaglio delle sue metriche è piuttosto problematico:

«(…) a metà anni Ottanta un trentenne doveva investire 3-4 annualità di stipendio per comprare casa, oggi ce ne vogliono più di 11. Siamo diventati un Paese di lavoratori sfiduciati e proprietari di casa spaventati. Noi vogliamo lavoratori ottimisti e proprietari fiduciosi»

Se la cosiddetta affordability delle abitazioni si è drasticamente ridotta, negli ultimi lustri (non solo per i trentenni), non è solo per stagnazione dei redditi ma anche perché vi è stata una esplosione di prezzi alimentata da credito facile, e questa è una tendenza letteralmente planetaria, visto che non esiste paese sviluppato che non sia stato o non sia da essa investito: Stati Uniti, Canada, paesi scandinavi, Europa con e senza euro, persino Russia. Paesi con o senza sovranità monetaria, paesi che negli ultimi lustri sono cresciuti in modo vigoroso (fors’anche a causa della bolla di credito) e paesi rimasti in stagnazione secolare, come il nostro. Di certo, è molto improbabile (per usare un eufemismo) che l’affordability immobiliare possa essere migliorata in un solo paese, quindi ci pare che l’affermazione di Taddei resti a mezz’aria.

Taddei si occupa poi del lavoro e del suo costo, identificando correttamente (ma ci voleva davvero poco) che l’esigenza oggi è quella di fare di tutto per ridurre il cuneo fiscale e recuperare competitività. Certo, sono cose che leggete su questi pixel da anni, ma qui non scrivono candidati a ruoli politici. Come il vostro umile titolare fa da tempo, anche Taddei stigmatizza che si siano buttati nello sciacquone mesi preziosi discutendo di Imu prima casa, che coinvolge importi peraltro ridicoli, nel bilancio di una famiglia. Però qui sorge una fallacia piuttosto voluminosa. Richiesto da Feltri se sia favorevole ad una patrimoniale, Taddei elabora:

«La prima cosa da fare è reintrodurre l’Imu sulla prima casa, che è un’imposta patrimoniale, e usare quelle risorse per abbassare le tasse sul lavoro»

Qui i conti non tornano. Contrariamente a quanto pare esprimere Taddei qui, l’Imu non è sparita ma si è reincarnata nella Iuc, o come diavolo si chiama stamattina, in attesa dell’ennesima ridenominazione pomeridiana. Che significa “reintrodurre l’Imu per abbassare le tasse sul lavoro”? Che sarà una fiscalità additiva all’esistente? Questione assai poco accademica. E comunque, sono solo 250 euro medi annui per nucleo familiare proprietario di prima casa, quindi la eventuale riduzione del cuneo fiscale, anche considerando i ridicoli tassi di occupazione per coorte anagrafica e sesso presenti in questo paese, si risolverebbe in poco e nulla. Ma se per ottenere questo poco e nulla dobbiamo sommare Imu a Iuc, diremmo che abbiamo un problema non lieve.

Altre fonti di reperimento di risorse da finalizzare al taglio del cuneo fiscale? Taddei non esclude che il contributo della spending review di Carlo Cottarelli possa produrre “grandi cose” (per le quali servirà comunque l’immancabile e sempre mancante “volontà politica”), ma vorrebbe partire dai costi della politica, sulla falsariga di quanto “scoperto” nelle ultime settimane da Roberto Perotti:

«Bisogna razionalizzare la spesa pubblica e i costi della politica, la battaglia del professor Roberto Perotti su lavoce.info è molto condivisibile, sta seguendo un’intuizione che era molto forte nella mozione Civati. Spendiamo un punto di Pil di troppo per i costi della politica, 16 miliardi. Il gettito delle imposte da reddito vale 10 punti di Pil, tagliare quel punto di Pil eccessivo sprecato per la politica significa creare le condizioni per una riduzione del 10 per cento»

Ora, a parte le “intuizioni della mozione Civati”, recuperare 16 miliardi da “organi legislativi, governo e diplomazia”, per riallineamento alle leggendarie “medie europee”, come lo stesso Taddei ha dichiarato ieri in una intervista a l’Unità e oggi a Repubblica, non sarà semplicissimo. Non sfuggirà al giovane economista della Johns Hopkins che questa è la spending review suprema, quella per la quale serve un multiplo del già elevato consenso politico necessario a dar corso ai risparmi identificati da Cottarelli. A noi quei 16 miliardi sembrano lievemente sovradimensionati, ma non mettiamo limiti alla divina provvidenza.

E peraltro, serve che Taddei (e Renzi) chiariscano a quale lato del cuneo vogliono destinare questi risparmi. Ieri a l’Unità Taddei ha parlato esplicitamente di riduzione dell’Irpef, oggi di un taglio che vale il 10% del “gettito delle imposte da reddito” ma il cuneo fiscale opera in modo differente, ed è piuttosto difficile pensare di escludere le imprese da benefici di riduzione del costo del lavoro.

Insomma, la strada è ancora lunghissima, le idee non perfettamente chiare e chiarite. Il dato politico interno al Pd renziano è tuttavia un altro. Che la stella di Yoram Gutgeld e delle sue strampalate proposte di politica economica pare essere tramontata piuttosto rapidamente nel firmamento renziano, come parrebbe confermato anche dall’omaggio vagamente postumo che Taddei gli rivolge in ogni intervista che concede. Questa dello zamparinismo nel renzismo pare una tendenza piuttosto radicata e molto interessante, anche per i riflessi sul timone economico della barca Italia. Per ora, rallegriamoci del fatto che Taddei nel Pd ha preso il posto di Matteo Colaninno. Già solo questa è una eccellente notizia.
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(un ringraziamento al sempre prezioso Andrea Mollica per suggestioni, decodifiche di segnali più o meno deboli e rassegna stampa tematica. Fermo restando che quanto leggete qui è frutto e responsabilità esclusiva del vostro titolare)

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