Il miglioramento che non colsi

Abbiamo un problema con questo tweet. Un problema non lieve, peraltro.

Perché il miglioramento semplicemente non esiste.

Secondo la stima preliminare Istat, a dicembre il tasso di disoccupazione italiano scende dal 12,8 al 12,7%. Il problema è il modo in cui la discesa è avvenuta. Osserviamo, in via del tutto incidentale, i numeri di occupazione che, come i più eruditi tra voi intuiranno, è cosa ben diversa dalla disoccupazione. Parole e musica di Istat:

«A dicembre 2013 gli occupati sono 22 milioni 270 mila, in diminuzione dello 0,1% rispetto al mese precedente (-25 mila) e dell’1,9% su base annua (-424 mila)»

A rafforzare il concetto:

«Il tasso di occupazione, pari al 55,3%, diminuisce di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di 1,0 punti rispetto a dodici mesi prima»

Veniamo al “miglioramento” scorto dal premier:

«Il numero di disoccupati, pari a 3 milioni 229 mila, diminuisce dell’1,0% rispetto al mese precedente (-32 mila) mentre aumenta del 10,0% su base annua (+293 mila)»

«Il tasso di disoccupazione è pari al 12,7%, in calo di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali ma in aumento di 1,2 punti nei dodici mesi»

Che sia la lucina in fondo al tunnel? In questi casi basta guardare il dato sugli scoraggiati, cioè su quanti escono dalle forze di lavoro, smettendo di ricercare attivamente:

«Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni aumenta dello 0,4% rispetto al mese precedente (+51 mila) e dello 0,3% rispetto a dodici mesi prima (+46 mila). Il tasso di inattività si attesta al 36,5%, in aumento di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,2 punti su base annua»

Ora, come sia possibile vedere un “miglioramento” nella situazione del mercato del lavoro (limitandosi a guardare il tasso di disoccupazione) quando le forze di lavoro si restringono per effetto del fenomeno degli scoraggiati, resta un mistero. Solo due possibili spiegazioni: o malafede/cinismo politico, oppure mancata conoscenza/comprensione del funzionamento di queste statistiche. Come che sia, sarebbe meglio evitare trionfalismi come questo, che alla fine ti lasciano a chiederti se “qualcuno” non ti stia prendendo per i fondelli.

Come nota a margine della giornata, per quanti tra voi si dilettano di sociologia politica, rigorosamente da dopolavoro, vi omaggiamo dell’analisi di Giuseppe De Rita, l’uomo che da svariati decenni affabula l’Italia e gli italiani su tendenze sociali che solo lui ritiene di vedere, ma lo fa comunque benissimo:

“Letta è il leader del futuro. La politica ha le sue regole, non è detto che ci sia quella di liberare canali ostruiti. Molto spesso la politica è compromesso. Può darsi che gli attuali quarantenni fra tre o quattro anni (Letta, Renzi, Alfano, Salvini, etc) si debbano mettere a far mediazioni su mediazioni. Devono, bisogna vedere se ne sono capaci. Letta è il più dotato di strumenti per farlo perché ha una conoscenza di alcuni campi tecnici che sono i miei. Renzi ha, rispetto a me, una maggiore aderenza alla mia cultura del conflitto. Può darsi pure che Renzi, che parte da una logica di continua discontinuità, poi si faccia la sua attrezzatura. Oggi Letta è erede di Andreatta, di Cipolletta, è uno che ha lavorato su fatti tecnici che né Alfano né Renzi hanno avuto.” Lo afferma il presidente del Censis Giuseppe De Rita a Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24 (Ansa, 31 gennaio 2014)

Ecco, parliamone. “Cultura della mediazione”? Può essere. Nel senso che stiamo perpetuando i circoli viziosi malati che hanno affossato questo paese. Al netto di una dinamica politica ormai compromessa e decomposta (che rappresenta l’attenuante dei risultati nulli di Enrico Letta nella sua esperienza a Palazzo Chigi), sarebbe utile almeno padroneggiare i fondamentali del mercato del lavoro. Diversamente, fare leva solo su messaggi di ottimismo per vedere se si riesce a fare uscire il paese dalle sabbie mobili che lo stanno inghiottendo rappresenta una riproposizione della cifra stilistica dell’impotenza berlusconiana. E neppure l’unica.

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