Serracchiani e le tasse ad personam

Bizzarra proposta fiscale del governatore (governatrice? Governatoressa? Governatora?) del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, in audizione in Commissione Industria del Senato. Occasione per qualche riflessione a più vasto raggio sulla crisi italiana e sulla drammatica penuria di risorse di welfare che ci attanaglia tutti, mentre guardiamo i teatrini televisivi in cui ci mostrano rutilanti reportage su famiglie felici tedesche ed i loro asili nido.

Come segnala l’Ansa,

La Regione Friuli Venezia Giulia potrebbe mettere in cantiere interventi sull’addizionale Irpef per venire incontro alla situazione di crisi della Electrolux. Lo ha detto il presidente della Regione, Debora Serracchiani, ascoltata in commissione Industria del Senato.

Leggendo questa prima frase la mente corre all’ipotesi di aumentare le tasse per finanziare interventi di welfare mirati alle maestranze di Electrolux. Invece no, malfidenti:

Attualmente l’addizionale è dell’1,23% e sono esentati i redditi fino a 15mila euro: “si potrebbe immaginare una sorta di rinuncia ad una ulteriore quota da parte della Regione. Abbiamo fatto una simulazione sui redditi fino a 40mila euro lordi e questo, nel caso di mille lavoratori, significherebbe rinunciare a 500mila euro l’anno di gettito Irpef ma circa 500 euro in busta paga”. Serrachiani ha riferito che il reddito medio dei lavoratori Electrolux è di “circa 28mila-30mila euro”

Che significa, se abbiamo capito bene, che la Regione Friuli Venezia Giulia immagina di tagliare l’addizionale Irpef solo ed esclusivamente ai lavoratori Electrolux (la cui popolazione aziendale pare racchiudersi tutta entro i 40.000 euro annui di retribuzione lorda), per consegnare ai medesimi un’integrazione reddituale di 500 euro annui.  E la copertura di tale misura? Proviene da fuori del bacino elettorale della Regione FVG, ovviamente:

La misura sull’Irpef, ha spiegato Serracchiani, “richiede l’avallo e l’accompagnamento del Governo”. In questo modo, ha ipotizzato, una rinuncia all’accordo aziendale o allo scatto di anzianità potrebbe essere compensato con la riduzione fiscale.

Ora, facciamo una simulazione da dopolavoro. Immaginate di avere due contribuenti friulani: hanno uguale reddito lordo ma uno lavora alla Electrolux e l’altro lavora in altra azienda, al momento non in crisi. Il primo finirebbe con l’avere reddito netto superiore a quello del secondo. Aspetta, com’è che si chiamava quella roba strana che in questo caso verrebbe violata? Aspetta, quella che dice che “due individui con la stessa capacità contributiva devono essere tassati in egual misura”? Forse equità orizzontale? Ma se obiettivo è quello di predisporre una integrazione al reddito, perché non darla sotto altra forma, come erogazione pubblica o come contributo altrettanto pubblico a finanziare eventuali contratti di solidarietà? Mistero.

Il fatto che la Serracchiani se ne sia uscita con una simile trovata la dice lunga sull’analfabetismo fiscale della nostra classe politica, inclusi gli eterni ‘gggiovani appena autoriciclatisi dietro a Matteo Renzi. A parte ciò, è del tutto evidente che la carenza di risorse di welfare sta portando il sistema al punto di rottura.

Si prenda l’esempio della cassa integrazione in deroga. Il suo finanziamento è a carico della fiscalità generale, e sta sempre più scricchiolando perché è piuttosto difficile pensare che sia possibile prorogare a oltranza questo tipo di erogazioni anche in imprese ormai fallite. Quindi le erogazioni tardano, le procedure di licenziamento aumentano e con esse le richieste di sussidi di disoccupazione, come mostrano i dati Inps.

Quindi, delle due l’una: o si trovano tali risorse nel bilancio pubblico, oppure si getta la spugna. Riguardo la prima ipotesi, visto che il fenomeno non accenna a ridursi e visto che il metodo di elezione per il reperimento di risorse è l’aumento di pressione tributaria (anche spostandola su contribuenti “non elettori”, come mostra l’ideuzza della Serracchiani), rischiamo di finire nel solito schema del “paese che divorò sé stesso“. Nella seconda ipotesi, in attesa che qualcuno (oltre Renzi e Pietro Ichino) creda davvero che in assenza di crescita sia possibile creare posti di lavoro e quindi usare metodi di flexicurity in cui fai “formazione” (magari gestita da una holding sindacale) e riparti “più bello e più forte che prìa”, rischiamo un’esplosione di disoccupazione senza rete di protezione. Anzi, una vera e propria “emersione” di disoccupazione, visto che la cassa in deroga altro non è che disoccupazione sommersa.

Come che sia, tempi grami assai. Anche senza le levate d’ingegno di Debora Serracchiani.

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