Macromonitor – 6/4/2014

Il nuovo trimestre inizia con movimenti rialzisti su attivi rischiosi interrotti dal brusco ribasso di venerdì a Wall Street, con gli indici che non sono riusciti a consolidare e sviluppare nuovi massimi. Mercato del lavoro statunitense in condizioni toniche a marzo.

Questo andamento dei mercati, con rialzi che riportano a ridosso o poco oltre i massimi storici (questa settimana è accaduto in Europa, con l’indice tedesco Dax che ha recuperato i ribassi indotti dalla crisi ucraina), per poi essere seguiti da momenti di forte volatilità e veri e propri selloff, suggeriscono la presenza di nervosismo rispetto alla fase del ciclo economico, che negli Stati Uniti è ormai al suo quinto anno di espansione, mentre in Europa condizioni di crescita ancora molto fragile ed esile si rapportano ad attese per un intervento non convenzionale della Bce, a contrasto delle pressioni disinflazionistiche sempre più evidenti, che in alcuni paesi sono ormai deflazione conclamata, e con un andamento degli utili aziendali che di fatto è stato in media molto tenue, con rialzi degli indici azionari che sono stati frutto soprattutto di espansione dei multipli.

Siamo quindi di fronte ad una discrasia tra l’andamento del ciclo economico e quello dei mercati: il primo non mostra affatto i segni di surriscaldamento che, tradizionalmente, conducono a strette monetarie da parte delle banche centrali ed andamento dei mercati, che mostrano segni di surriscaldamento in termini di aspettative sugli utili futuri. Per le banche centrali esiste quindi un dilemma: le preoccupazioni per la stabilità finanziaria dovrebbero indurre a rialzi dei tassi, per normalizzare rapidamente la situazione, ma si evita di farlo a fronte dell’assenza di surriscaldamento economico, e semmai in presenza del suo contrario. Una situazione del genere tende effettivamente a produrre sui mercati momenti di volatilità di una certa ampiezza.

Sul mercato dei titoli di stato, i paesi sviluppati hanno visto in settimana rendimenti in larga parte invariati. Il report sul mercato del lavoro statunitense in marzo suggerisce che l’espansione economica di quel paese sta proseguendo ad un passo lievemente superiore al trend. La Bce è rimasta ferma, malgrado la sorpresa negativa dal versante dei dati di inflazione ma ha rafforzato (almeno verbalmente) la propria inclinazione all’allentamento monetario, mostrando preoccupazione che l’inflazione possa mancare di seguire il percorso indicato nelle sue previsioni a tutto il 2016. Resta il problema di quali strumenti utilizzare per conseguire un’ulteriore e non convenzionale espansione monetaria. Ciò malgrado, il mercato ha ritenuto di continuare a premiare la periferia dell’Eurozona in termini di restringimento di spread e di caduta dei rendimenti assoluti.

Sui mercati azionari, l’indice globale MSCI World ha segnato un nuovo massimo storico a metà della scorsa settimana. Il mercato giapponese ha sovraperformato, all’inizio del nuovo anno fiscale (che ha portato il rialzo dell’Iva dal 5 all’8%) su aspettative di ulteriore allentamento della politica monetaria da parte della Bank of Japan. Gli ultimi dati economici giapponesi, pur non vigorosi, non sembrano tuttavia sufficientemente deboli da indurre nuovi interventi espansivi. L’attenzione dei mercati globali si sposterà verosimilmente, dalla prossima settimana, alla reporting season statunitense, che parte da una asticella piuttosto bassa, con ulteriore limatura agli utili per azione del quarto trimestre, e quindi potrebbero verificarsi sorprese positive rispetto al consenso, pur in presenza di un rapporto di “preannunci” che sinora è stato ampiamente negativo ma ha interessato solo una porzione molto limitata di società quotate.

Sul mercato dei cambi, il dollaro ha ripreso forza contro euro e yen ma si è indebolito contro le valute emergenti ad alto rendimento, in un quadro di riduzione della volatilità tra tutte le asset class, che favorisce strategie di carry trade. Le frasi di Mario Draghi a nome della Bce su eventuali nuove misure espansive di politica monetaria restano avvolte dalla incertezza su tempi e, soprattutto, strumenti utilizzabili. Le previsioni di consenso, che vedono il dollaro in rafforzamento contro euro nel corso dell’anno poggiano ancora soprattutto sulla ripresa dei rendimenti statunitensi.

In settimana, materie prime in calo di circa l’1% in dollari, guidate al ribasso da agricoltura ed energia.

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