Eravamo quattro oligarchi al bar

La Corte Permanente di Arbitrato de l’Aja ha condannato lo stato russo ad indennizzare con 50 miliardi di dollari gli ex azionisti di controllo del defunto gigante petrolifero Yukos, già guidato dall’oligarca Mikhail Khodorkovskij che, dopo aver scontato dieci anni di carcere, è stato graziosamente amnistiato da Vladimir Putin nel 2013 ed ora vive in Svizzera. Khodorkovskij non ha partecipato all’azione legale contro lo stato russo, avendo ceduto nel 2005 la maggioranza delle azioni della società a Leonid Nevzlin. La motivazione del maxi risarcimento (auguri per la sua esecuzione, comunque) è che la distruzione di Yukos, i cui asset sono poi stati rilevati dal gigante energetico statale Rosneft, è avvenuta per mano dello stato russo per motivazioni prettamente politiche.

La versione russa è che Yukos pagò per aver commesso evasione fiscale a danno del Popolo. La vulgata ufficial-popolare sostiene in effetti che Khodorkovskij fosse solo un volgare predatore dei beni dello stato. La versione della Corte di Arbitrato (accusata da Mosca di aver emesso una sentenza politicamente orientata dall’attualità) è invece che si sia trattato di una banale (e terribilmente inelegante) resa dei conti tra ex compari. Dopo la distruzione per via fiscale-giudiziaria di Yukos (che prima venne pesantemente sanzionata dal fisco, per 27 miliardi di dollari, e poi si vide bloccare i beni per impedire il pagamento della sanzione, andando fallita: ma non è geniale, tutto ciò?), le sue maggiori società operative furono messe all’asta. Ed ecco che accadde alla maggiore tra esse, YNG, nella ricostruzione della Corte di Arbitrato:

«YNG fu acquisita da Baikal Finance Group, una società il cui indirizzo registrato era quello di un bar di Tver, un villaggio a nord di Mosca, e che fu costituita due settimane prima dell’asta. Malgrado avesse un capitale di 359 dollari, essa riuscì a pagare il deposito cauzionale di 1,77 miliardi di dollari per partecipare all’asta. Rosneft, il gruppo energetico statale, acquisì la società in seguito all’asta»

Quale è il problema? Gli americani creano startup squattrinate nei garage, i russi (fors’anche per via del loro tratto culturale) nei bar. Ma di certo è un complotto occidentale. Eppure, basterebbe guardare alle dinamiche di potere, denudate, per evitare di schierarsi romanticamente con gli uni o con gli altri. Troppo cinico?

C’è da dire che, dai tempi di Yukos, le tecniche di controllo dei grandi asset russi si sono di molto affinate. All’epoca si trattava di “privatizzazioni“, dove alcuni tra i compari finivano col rilevare per cifre problematicamente basse importanti complessi industriali; oggi, lo Stato stende il suo mantello protettivo sui Beni Comuni del Popolo (tutto con la maiuscola), mantenendone la proprietà e facendo guidare società operative e conglomerati da fedeli servitori dello stato medesimo e del suo zar pro-tempore, finché scazzo non li separi. Qualcosa su cui anche le nostre élites dovrebbero riflettere. La pratica rende perfetti, dopo tutto.

Chi vincerà, ora, nella disputa tra ex azionisti Yukos e Russia? Ma che domanda: gli avvocati.

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