Risorse umane

Pregevole intervista al Mattino del giuslavorista Michele Tiraboschi, già stretto collaboratore di Marco Biagi. Tiraboschi ha un’idea piuttosto precisa dell’intervento del governo sull’articolo 18, così come ha qualcosa da ridire su una certa concezione del rapporto tra imprenditori e lavoratori. Andiamo con ordine.

Intanto, Tiraboschi definisce l’intervento “una soluzione molto deludente”, che non riuscirà a modernizzare il mercato del lavoro ed a rispondere alle sfide attuali dei mercati. L’intervento, per come è attualmente concepito e strutturato, non risolve la natura dualistica del mercato del lavoro ma la accentua, secondo Tiraboschi:

«[…] il compromesso resisterà ma i numeri sono chiari: su 22 milioni di lavoratori dipendenti, metà ha l’art. 18 e metà no. Chi lo ha già non lo perderà, e anzi si può essere certi che con questa riforma si renderà la vita ancora più difficile ai giovani che cercano un posto di lavoro: perché chi è stato assunto con l’art. 18 non avrà alcun interesse a cambiare lavoro visto che da neo assunto perderebbe la protezione attualmente a sua disposizione. Morale: questa riforma farà il paio con quella Fornero delle pensioni che allungando i tempi di permanenza al lavoro ha di fatto sbarrato la strada all’ingresso di migliaia e migliaia di giovani»

Già questa obiezione pare avere senso, in termini di incentivi agli agenti economici. Si tratterebbe di una riforma, secondo Tiraboschi, tutta protesa al passato ed a logoranti e sterili dispute ideologiche. Senza contare la solita ipocrisia all’italiana, del tipo periodi di prova che durano tre anni ma che non si possono chiamare periodi di prova, aberrante stratificazione di nuove norme che si applicano solo “ai nuovi assunti”, causando il mantenimento delle segmentazioni del mercato del lavoro di cui anche Tiraboschi parla.

La realtà è che ci troviamo di fronte ad una manfrina ad uso bruxellese/berlinese, ma che non cambia di una virgola la situazione, né è una soluzione rivoluzionaria tale da porre questo disgraziato paese di commedianti in condizioni di reale innovazione. Ancora Tiraboschi:

«Ma il problema non è tanto quello dei licenziamenti: siamo di fronte a una delega che ha tutto l’occhio rivolto al passato. Non si occupa di lavoro autonomo, a progetto, a rete, non parla di lavoro creativo, di tecnologie. È una riforma che non recepisce un mercato culturale che invece esiste e va sostenuto»

«E’ un gioco politico per dare risposte all’Ue e a Draghi. Se si ritiene superato l’articolo 18, lo si deve cancellare per tutti. Se invece lo si ritiene ancora essenziale, bisogna darlo a tutti quelli che lo meritano»

Noi aggiungeremmo un altro punto, che non ci è molto chiaro dal giorno in cui il governo ha annunciato questo intervento “rivoluzionario”. L’attuale formulazione dell’articolo 18, quella nata dalla riforma Fornero, ha fortemente ristretto le ipotesi di reintegra. E quindi, di che stiamo parlando? Vai a saperlo, nel paese dove apparire è fondamentale. Salvo poi essere presi a calci nel lato B dalla immancabile realtà. A meno che non si punti alla radicale delimitazione della fattispecie del licenziamento discriminatorio, prevedendone tassativamente le ipotesi, per ridurre drasticamente la discrezionalità interpretativa del giudice del lavoro (vedi qui).

Oppure (ma sempre parlando dell’esigenza di tagliare le unghie della fantasia ai giudici del lavoro), che obiettivo dell’intervento sia in effetti l’eliminazione del comma 4 dell’articolo 18, che stabilisce la reintegra quando il giudice accerti “che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, per insussistenza del fatto contestato ovvero perché il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili“. In pratica, a tendere, la reintegra dovrebbe restare solo nei casi in cui il datore di lavoro cerchi di smaltire il lavoratore fuori dalle discariche per esso previste, o quando tenti di dargli fuoco (questa è ironica, mi raccomando). Forse, come opportunamente suggerisce lo stesso Tiraboschi, esistono anche casi in cui il datore di lavoro ed il lavoratore hanno un interesse convergente ad acquisire e sviluppare professionalità, in un orizzonte temporale che sia un filo più protratto di una luna, come direbbero i nativi americani.

Vediamo le cose sotto l’aspetto positivo, comunque: con questa “innovazione” finalmente il buon Maurizio Sacconi avrà raggiunto l’obiettivo della sua esistenza, ed auspicabilmente ora smetterà di rispondere “abolire l’articolo 18!” anche a chi gli chiede l’ora. Diciamo che questo intervento del governo non è accaduto invano.

Aggiornamento – Alcune precisazioni da fonte altamente qualificata sembrano confermare l’impianto della nostra tesi:

«Nessuno ha messo in discussione il reintegro per motivi discriminatori, c’è piuttosto un tema di allargamento della sfera di indennizzo». Lo afferma il vice segretario del Pd, Lorenzo Guerini, ospite del convegno ‘Insieme verso il futuro’, soffermandosi sull’ipotesi che venga esclusa dalla riforma del lavoro la possibilità del reintegro per motivi discriminatori e ricordando come sul tema si sia espresso con chiarezza anche il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti (Ansa, 19 settembre 2014)

Che, tradotto, vuol dire: togliamo di mezzo la reintegra nelle ipotesi del quarto comma dell’articolo 18, e vediamo di precisare in modo tassativo (e restrittivo) le fattispecie di discriminazione. QED.

Aggiornamento 2 – Altra conferma di una strategia difensiva della “sinistra” Pd:

Riunione dei bersaniani sul Jobs Act di buon mattino negli uffici del gruppo alla Camera. All’incontro si è discusso dell’atteggiamento da tenere martedì in Aula in Senato, ma anche dei possibili emendamenti. In particolare verranno presentati emendamenti che precisano che tra le tutele di cui beneficeranno i nuovi assunti dopo tre anni di contratto, c’è anche il reintegro in caso di licenziamento discriminatorio. Oltre a Bersani erano presenti Guglielmo Epifani, Alfredo D’Attorre e diversi senatori (Ansa, 19 settembre 2014)

Quindi si prevede che, entro i primi tre anni di contratto, non vi sia reintegro neppure per licenziamento discriminatorio? Come siete umani, voi.

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