Scorciatoie per il vicolo cieco

Scorrendo i giornali di oggi, balzano (o forse era balzàno?) all’occhio alcuni esempi della straordinaria capacità degli italiani a trovare scorciatoie per ficcarsi il più rapidamente possibile in un vicolo cieco, ma con grande soddisfazione. Sono skills che fanno parte del patrimonio culturale nazionale, probabilmente di una versione degenerata dell’arte di arrangiarsi, visto che tendono a produrre esiti più o meno profondamente disfunzionali.

Primo esempio: oggi sul Corriere si parla dei retroscena sulla legge di Stabilità e della sua probabile composizione. Si tratta di ipotesi, sia chiaro. In alcuni casi sono inferenze degli autori dei pezzi, in altri sono ballon d’essai messi in giro dai politici per testare la reazione del pubblico. Ebbene, provate a leggere questo paragrafo:

Non ci saranno nuove tasse, assicura il governo. Per il bonus fiscale all’esecutivo servono 7 miliardi. Altri due saranno necessari nel capitolo di sgravi alle imprese sul costo del lavoro, ma si sta verificando anche l’ipotesi di ridurre l’Irap. È rimasta in piedi l’ipotesi di un aumento selettivo dell’Iva, al di là delle clausole di salvaguardia: questa mossa sarebbe favorita dal periodo di deflazione

Ora, tralasciando la lieve contraddizione del “niente nuove tasse” ma resta in piedi l’ipotesi dell'”aumento selettivo” dell’Iva, provate ad osservare il razionale, così come viene presentato dall’autore dell’articolo: una “mossa favorita dal periodo di deflazione“. Noi non sappiamo chi abbia effettivamente avanzato questa ipotesi, ribadiamo. Ma questa pare la riproposizione del famoso “Teorema di Epifani”, di cui vi abbiamo dato conto a suo tempo. Esso dice, in pratica: visto che c’è la deflazione, alziamo l’Iva. Perché, visto che c’è crisi, le aziende non traslano la maggiore imposta sul cavallo che non beve, e vissero tutti felici e contenti.

Ma anche no. Visto che, se le aziende non traslano a valle la maggiore imposta, questo significa che saranno le aziende medesime a subire pressione sui propri margini, e finiranno con alta probabilità a tagliare i propri costi, tra cui l’occupazione. Nel caso di specie, tuttavia, c’è una ulteriore precisazione. Qui l’ipotesi potrebbe essere quella di spostare beni dalle aliquote minori (4% e 10%) a quella piena del 22%. O anche da quella del 4% a quella del 10%. Solo che l’aliquota al 4% tende ad essere applicata su beni che hanno domanda relativamente inelastica al prezzo. In questo modo, aumenta la possibilità per le imprese di traslare la maggiore imposta sul consumatore, che finirebbe col pagarne le conseguenze. Non male, per un governo che tenta disperatamente di indurre questi neghittosi italiani a consumare, non trovate?

Altra scorciatoia verso il vicolo cieco è quella relativa all’ultimo capriccio di Renzi, quello relativo a mettere in busta paga metà del Tfr maturato. Dei problemi operativi abbiamo detto. C’è anche (e soprattutto) il problema della remunerazione delle banche che anticipino l’importo alle imprese. Ebbene, oggi su Repubblica, Ettore Livini ci spiega la trovata del governo:

La liquidazione oggi ha un rendimento ‘automatico” (1,5% più il 75% dell’inflazione, in questo momento circa il 2,3%). Un tasso molto inferiore a quello medio praticato sui crediti alle imprese, il 2,89% a fine agosto, e molto basso soprattutto rispetto ai valori praticati a quelle più inaffidabili o a rischio. Il governo ha messo sul piatto la garanzia pubblica dell’Inps su questi fondi.

Premesso che anche Livini sbaglia calcolo sulla rivalutazione del Tfr (che per tutto il 2013 è stato di 1,96% e quest’anno sarà ancor meno), anche qui siamo alle solite. “Garanzia pubblica” dell’Inps vuol dire alto rischio che Eurostat consideri questo come nuovo debito pubblico, punto. Visto che il 50% del maturato Tfr annuo è di 11 miliardi di euro, se i lavoratori dovessero “tirare” l’intera somma, avremmo un aumento del debito pubblico, a mezzo di contingent liability, pari a questo importo. Non male, per un paese che sta ancora cercando di smaltire a mezzo di nuovo debito i crediti verso la P.A. Non solo: se tutta la costruzione poggia sul fatto che le banche, su quei prestiti, ricevano una remunerazione pari alla rivalutazione legale del Tfr, che è nettamente inferiore al costo medio del credito alle imprese, esiste anche il rischio che la Ue apra una procedura per aiuti di stato illegittimi al sistema delle imprese. E tutto questo casino per avere in busta paga un importo stimato compreso tra i 40 e gli 80 euro mensili, che interesserebbe solo una parte dei lavoratori italiani (visto che al momento non c’è sul tavolo l’ipotesi di consentire l’operazione a chi destina il Tfr ai fondi di previdenza complementare) e solo del settore privato.

Ah, e pare esservi un altro lieve problema, in caso di erogazione del Tfr in busta paga: la definizione di reddito imponibile a fini Isee. Che dal prossimo anno pare ricomprenderà anche i redditi soggetti a tassazione separata, tra cui il Tfr. Nulla di irrimediabile, comunque, basta un tratto di penna. E provare con una scatola gigante di Lego?

Però, come ha ribadito anche ieri sera a Otto e mezzo Alessandra Moretti, mirabile esempio di quella componente femminile che sta profondamente innovando la politica di questo paese ripetendo (anzi, strepitando) ossessivamente slogan, questa operazione servirebbe a “stimolare i consumi e la fiducia”. Salvo poi buttare la palla in tribuna ed affermare, con invidiabile sicurezza, che “le misure anticicliche richiedono anni per produrre effetti”. Invece ignoranza e propaganda tendono a disvelarsi molto rapidamente, persino in un paese come questo.

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