Minacce emergenti all’agognata ripresa

Ieri il Centro Studi Confindustria ha pubblicato l’aggiornamento delle proprie previsioni macroeconomiche per il biennio 2015-2016. La previsione di un Pil italiano che nel primo trimestre 2015 cresce dello 0,2% è stato letto dai nostri media come “uscita dalla recessione”, ma questa è probabilmente la dodicesima o tredicesima volta che leggiamo cose del genere, dal 2008 ad oggi. La realtà è che i fattori di rischio sono altissimi, anche per realtà economiche che stanno facendo meglio di noi.

I modelli econometrici che in questi giorni vengono aggiornati rischiano di non incorporare appieno le conseguenze di un fenomeno che al momento appare sottotraccia nel dibattito pubblico, anche di quello degli addetti ai lavori: il crollo delle valute emergenti. Praticamente di tutte, senza eccezione: paesi esportatori netti di petrolio ma anche importatori netti, contrariamente a quanto ci si dovrebbe attendere. Anche senza guardare alla Russia, che è caso a parte e del tutto peculiare, soffrono tutti, virtuosi e viziosi, squilibrati dal lato delle partite correnti ed esportatori netti.

Alla base del movimento sembra esserci l’attesa di avvio del rialzo dei tassi statunitensi, che da sempre si correla a deflussi di capitali dai paesi emergenti. A questa attesa si è aggiunto il crollo del greggio e più in generale la debolezza delle materie prime, conseguenza di un crescita globale tiepida e soprattutto della debolezza cinese. Il pesante deprezzamento delle valute emergenti, che nei giorni scorsi ha assunto aspetti di evidente disordine (leggasi panico), solo in parte rientrato dopo l’adozione, ieri, di misure di stabilizzazione del sistema finanziario russo (che si tradurranno in una stretta monetaria che aggraverà la recessione del paese, in caso fosse sfuggito), causerà pressioni inflazionistiche rilevanti nei paesi in via di sviluppo. In alcuni casi tali pressioni si sommeranno a situazioni domestiche di inflazione persistente, in un quadro di debolezza congiunturale sempre più evidente. Un nome su tutti: Brasile, che nel 2015 vedrà la prosecuzione della stretta monetaria ed una stretta fiscale per ripristinare un avanzo primario.

Il danno fiscale subìto dai paesi esportatori di materie prime costringerà a rivedere in senso restrittivo le leggi di bilancio nazionali, mentre il deprezzamento delle valute nazionali e la conseguente pressione inflazionistica rischia di limitare fortemente i margini di manovra anticiclica della politica monetaria di questi paesi. Senza contare l’enorme espansione dell’indebitamento aziendale in dollari, verificatasi negli ultimi anni, che innalza considerevolmente il rischio di dissesti che dal settore privato finirebbero fatalmente col trasmettersi al settore pubblico. Più in generale, quindi, nel 2015 il rischio molto concreto è quello di un ambiente recessivo per i paesi emergenti. Che sono quelli che hanno tenuto in piedi il mondo nel post crisi, con la loro crescita aggressiva. E non sarebbe male ricordare che gli Stati Uniti sono, di fatto, una enorme economia semi-chiusa.

Non siamo del tutto certi che gli aggiornamenti delle previsioni macroeconomiche stiano iniziando a “vedere” questi sviluppi. E’ vero, a fronte di queste negatività emergenti (in ogni senso) ci sono strumenti di compensazione, come l’atteso allentamento monetario cinese, ma non sono né saranno pasti gratis. Per questo ogni ipotesi di “ripresa”, vera o presunta, non potrà prescindere da una attenta valutazione dell’evoluzione della congiuntura nei paesi emergenti. Anche ad evitare di avere gli abituali ruvidi risvegli qui da noi.

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