Investimenti nell’economia surreale, o del fondo perduto (in tasse)

Pare che il nostro governo abbia deciso di alleggerire la manomorta del fisco sul risparmio previdenziale. Sfortunatamente, si tratta dell’ennesimo raggiro di una compagnia di giro di predatori che con il concetto di risparmio ed investimenti non hanno mai avuto particolare familiarità. Come segnala oggi il Sole,

Come ha spiegato uno dei suoi principali promotori, il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta (Pd), i fondi pensione e le casse di previdenza che destineranno le loro risorse in investimenti nell’economia reale del Paese potranno beneficiare di un credito d’imposta. La maggiore imposta prevista dal Governo ed elevata dall’11,5 al 20% per i fondi pensione e dal 20 al 26% per i fondi delle casse di previdenza verrà restituita sotto forma di credito d’imposta a chi sostiene investimenti, sull’intero mercato europeo, per finanziare interventi mirati come ad esempio sul welfare o alla riqualificazione di immobili (si pensi alla cassa dei medici che potrebbe intervenire per riqualificare strutture sanitarie). Attenzione però: il credito sarà soggetto al cosiddetto rubinetto”, ovvero sarà spendibile nei limiti di spesa indicati dall’Esecutivo

Quindi, riassumendo: la tassazione sui frutti del risparmio previdenziale resta alla nuova e più elevata soglia del 20% per i fondi pensione ed a quella, sinceramente oscena, del 26% per le Casse professionali. Tuttavia, se questi gestori del risparmio previdenziale faranno “investimenti mirati” (ora vedremo quali), potranno contare, forse, su un credito d’imposta che ne porti la tassazione al 12,5%, ma solo se nel bilancio dello stato ci saranno i soldi. Diversamente, o varrà la regola del “chi primo arriva, si prende i soldi”, oppure si farà una bella lotteria del click day, e vissero tutti felici e contenti. Ma quali sarebbero, quindi, questi “investimenti mirati”, mentre ne attendiamo la lista puntuale? Nell’articolo del Sole si cita il welfare e la riqualificazione di immobili, ma occorre sapere (forse questo è sfuggito ai nostri eroi sviluppisti sociali) che “investimento” è tutto ciò che produce un reddito, cioè che rende. Orrore, diranno i più progressisti e solidali tra voi. Ma soprattutto, quali sono gli “investimenti in welfare” che producono un ritorno? Visto che questa è la concretizzazione della ideuzza di Baretta, andiamo a rileggere quanto da egli previsto lo scorso agosto. Intervistato da Alessandro Barbera, de La Stampa, che con l’occasione aveva molto carinamente trasmesso a Baretta le perplessità del vostro titolare:

Lei di recente è finito nel mirino per aver chiesto ai fondi previdenziali di investire nell’economia italiana. II blogger Mario Seminerio la accusa di malcelato dirigismo.
«Queste critiche non le capisco. Casse e fondi di previdenza hanno un patrimonio di 120 miliardi di euro, metà dei quali investiti in debito estero, metà in debito italiano. Non è possibile invitarli, nel rispetto delle loro scelte, a credere nell’economia italiana anche solo un decimo di questo patrimonio? E così incredibile chiedere al fondo dei medici di investire in welfare, o a quello degli insegnanti nell’edilizia scolastica?»

Allora, proviamo a spiegare meglio a Baretta e non solo a lui il concetto. Quanto rende un “investimento in welfare”? Cosa sarebbe, esattamente? Quanto rende ristrutturare un edificio scolastico pubblico? Per caso lo stato pensa di pagare l’affitto di quell’edificio al fondo pensione che pagherà la ristrutturazione? Basta fare presente la tipologia di investimenti, ed i gestori del risparmio previdenziale faranno due conti circa il loro rendimento atteso. Ma in questi casi noi abbiamo il sospetto che il ritorno sia nullo. Quindi, per quale motivo un gestore di risparmio previdenziale dovrebbe mettere soldi a fondo perso in uno di questi “progetti”, e per giunta nella speranza di vincere la lotteria ed avere un credito d’imposta? E noi che pensavamo che “investimenti di medio-lungo periodo nell’economia reale” fossero acquisti di azioni e titoli di debito emessi da aziende private, per finanziare il loro sviluppo! Siamo decisamente obsoleti, nell’Italia della trionfante Neolingua renziana.

Tirando le somme, la tassazione del risparmio previdenziale aumenta, e finita lì. Tutto il resto, è fumo negli occhi di un governo in bancarotta intellettuale prima che finanziaria. E non finirà bene, come sappiamo. Il comandamento ippocratico “non nuocere” è quanto di più lontano dalla arrogante ed insipiente azione di questo esecutivo.

Aggiornamento: qui il testo dell’emendamento governativo approvato dalla Commissione Bilancio del Senato. In pratica, credito d’imposta sulla differenza tra nuova e vecchia aliquota, su “investimenti finanziari di lungo termine” da identificare con apposito decreto del MEF (l’Unione Sovietica è morta, ragazzi, su). Costo della misura, 80 milioni di euro dal 2016. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

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