La realtà parallela del commendator Serra

Intervistato dal Foglio sugli improbabili parallelismi tra David Cameron e Matteo Renzi (ci vuol pazienza, il provincialismo di giornalismo e politica italiani non morirà mai), il neo commendatore della Repubblica Davide Serra fa mostra di avere le idee molto chiare, nel solco della propaganda che ammorba la vita pubblica di questo paese.

Tralasciando i meriti, veri e presunti, di Cameron, che qui non ci interessano, ecco cosa Serra pensa di alcune misure di politica economica del premier italiano:

«[…] anche Renzi si è mosso in modo efficace contro le diseguaglianze, alzando le tasse sulle rendite finanziarie e dando ottanta euro ai redditi più bassi»

Ma anche no. In primo luogo, e tralasciando la solita menata sulle “rendite finanziarie”, anche Serra ignora o finge di ignorare che i titoli di stato sono rimasti esclusi dall’aumento di tassazione sui redditi di capitale. Una “dimenticanza” di non poco conto, diciamo. E che inficia in radice questa narrazione dell’aumento di tassazione dei frutti del risparmio. Eppure, in Italia (e da alcuni nostri prestigiosi expat) non si sente dire altro. Davvero un caso di rimozione di massa, meritevole di approfondimenti psicologici e fors’anche di altro tipo. E ci stupisce ancor più il fatto che una persona come Serra non riesca a spendere una parola per stigmatizzare la discriminazione fiscale a danno degli impieghi produttivi del risparmio, quelli in strumenti emessi dal settore privato.

Poi, l’altro corno della presunta “riduzione della diseguaglianza”, secondo Serra: gli “ottanta euro ai redditi più bassi”. Ma anche no. Perché non si tratta di “redditi più bassi”, ma solo di quelli di lavoratori dipendenti non fiscalmente incapienti. Non è una differenza di poco conto, eppure a Serra pare sfuggire. E sappiamo anche che questa misura degli ottanta euro ha prodotto a sua volta nuove diseguaglianze, anch’esse passate pressoché inosservate ai nostri reattivi media. Quindi forse Serra dovrebbe ripassare i dati e la realtà, e definire meglio il concetto di “diseguaglianza”.

In cosa consiste la rivoluzione di Renzi, secondo Serra? In una intuizione:

«Renzi è stato uno dei primi leader politici in Italia a decidere di tagliare le spese per abbassare le tasse ad aziende e lavoratori. La strada è giusta, ma va perseguita»

Possiamo anche ammettere che la “decisione” vi sia stata, e pure che vada perseguita. Tuttavia, osservando i conti pubblici del 2014, diremmo che la trasformazione del pensiero in azione è sinora stata piuttosto problematica, dal lato della spesa pubblica. Prendete la sintesi dei conti ed aggregati delle Amministrazioni pubbliche di Istat, andate a guardare le tavole, in particolare la 5, che illustra l’incidenza di entrate ed uscite su Pil, e scoprirete che nel 2014 le spese correnti sono state il 47,5% del Pil, contro il 47,3% del 2013, e che le spese totali, al netto di interessi, sempre nel 2014 sono state il 46,5% del Pil contro il 46,1% del 2013. Ora, e è vero che il Def dice che nei prossimi quattro anni l’incidenza delle spese su Pil è destinata a calare di circa due punti e mezzo percentuali, ma ad oggi questo è il dato che possiamo mostrarvi. Ma, come noto, nel 2014 Renzi non ha potuto incidere sulla realtà e sulla elevata inerzia di questo paese, quindi i conti andranno fatti dal consuntivo 2015 in avanti. E nel Def, come parimenti noto, sono scritte mirabilie sulla piega che l’azione del governo imprime al rapporto tra spesa pubblica e Pil.

Al momento, il giudizio è e resta sospeso. L’unica certezza è la propaganda forsennata che giunge da dentro e fuori il paese.

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