Baratti pericolosi

Venerdì scorso, in occasione dell’assemblea straordinaria che ha portato all’avvicendamento dei vertici di Cassa Depositi e Prestiti, con l’ingresso di Claudio Costamagna come presidente e di Fabio Gallia come amministratore delegato, è stata approvata anche una importante modifica statutaria. Concepita per tenere a bordo le fondazioni bancarie ed il loro robusto appetito di dividendi da destinare ad attività filantropiche (che c’è da sghignazzare? E’ il loro statuto) ma che rischia di creare problemi patrimoniali alla CDP.

La modifica statutaria ha attribuito alle fondazioni un potere di veto sulla distribuzione di una percentuale di utili realizzati dalla Cassa spa inferiore al 60%, al netto dell’importo destinato alla riserva legale. Per poter destinare ai soci meno del 60% degli utili, l’assemblea dovrà votare con il voto favorevole di almeno l’85% del capitale sociale (il Tesoro, azionista di maggioranza, detiene l’80% circa) e l’eventuale deroga al payout minimo del 60% dovrà essere motivata da “comprovate esigenze di rafforzamento patrimoniale”. La proposta per l’assemblea deve essere approvata dal cda della Cassa con “la presenza e il voto favorevole di almeno sette amministratori”, cioè con il via libera di almeno uno dei consiglieri espressione dalle Fondazioni.

Che significa, tutto ciò? Che il payout della CDP, cioè la parte di utile distribuito agli azionisti (Tesoro e Fondazioni bancarie) farà un bel balzo in avanti, per la gioia delle fondazioni bancarie. Infatti, è utile sapere che la riserva legale di Cassa Depositi e Prestiti SpA ha già raggiunto il limite del quinto del capitale sociale ex art. 2430 c.c. E’ parimenti utile sapere che nell’assemblea 2014 di CDP l’utile complessivo, di circa 2,3 miliardi, è andato per soli 852 milioni a dividendi, con un payout di solo il 35% circa, mentre nel 2013 (anno in cui la riserva legale raggiunse la soglia civilistica minima del 20% del capitale sociale) il payout restò all’incirca su quel rapporto: 998 milioni su 2.852. Passiamo quindi da circa il 35% al 60% di utile distribuito, e per vincolo statutario.

Ora, sapendo che al momento l’articolo 3 dello statuto non è variato, e quindi che la Cassa continuerà l’assunzione di partecipazioni, anche indirette, in società di rilevante interesse nazionale “che risultino in una stabile situazione di equilibro finanziario, patrimoniale ed economico e siano caratterizzate da adeguate prospettive di redditività”, non è immediatamente chiaro perché quasi raddoppiare la distribuzione di dividendo. Sappiamo che le Fondazioni erano e sono preoccupate per l’evoluzione “interventista” che Matteo Renzi pare (in mancanza di orientamenti ufficiali dell’esecutivo) voglia dare alla CDP. Sappiamo anche le Fondazioni medesime sono fondamentali per permettere di tenere la CDP fuori dal perimetro dei conti pubblici, e sappiamo pure che nei mesi scorsi il governo Renzi ha inflitto loro un bel ceffone in piena faccia, massacrando (pure retroattivamente) i dividendi da esse percepiti.

Questo è un do ut des, un baratto. In sostanza il forte aumento del payout, reso vincolante da statuto della CDP, permette a Giuseppe Guzzetti & c. di neutralizzare la maggiore tassazione decisa da Renzi con la legge di stabilità di quest’anno. Valeva la pena mettere in piedi tutto questo casino, inclusa pensosa trattativa pubblica, per arrivare a questa partita di giro fiscale? Se poi la CDP dovesse effettivamente evolvere verso un modello gestionale più aggressivo (ad oggi non è dato sapere come, vista l’invarianza dell’articolo 3 dello statuto), ciò significa che si sarà legata le mani con una distribuzione di dividendo piuttosto elevata, pur in presenza di deroghe per “comprovate esigenze di rafforzamento patrimoniale”. Ma il rischio che CDP “vada a leva”, cioè si indebiti, non solo per finanziare investimenti ma anche la maggior quota di utile che sarà obbligata a pagare sotto forma di dividendi a Fondazioni e Tesoro, resta in essere.

Per ora Renzi restituisce il maltolto fiscale alle fondazioni, quindi. Viene da sorridere pensando che, in prima battuta, il governo aveva offerto a Guzzetti un bel credito d’imposta sui famigerati “investimenti nell’economia reale”, quello stesso con cui nei mesi scorsi aveva preso per i fondelli fondi pensione e casse professionali. Ora sappiamo che è stato mandato a stendere, ed in che modo. Il resto (non) lo scopriremo ai prossimi convegni farisaici sulle “misure per far crescere il Paese”. Scegliete la vostra maschera, il ballo prosegue.