Campo profughi Italia

Cose che si sapeva come sarebbero finite: l’Italia è punto di approdo di ampia parte di migranti dal Sud del mondo. L’Italia chiede inutilmente aiuto agli altri paesi europei, in termini di condivisione dell’onere di accoglienza; non ottenendolo, oppure ottenendolo in modo molto sparagnino, l’Italia procede ad esercitare pressione sui partner europei, manifestando una benevola trascuratezza nelle procedure di identificazione e fotosegnalamento dei migranti.

Procedure che tuttavia sono atto dovuto da parte del paese di primo approdo, secondo la regolamentazione di Dublino. I migranti defluiscono in ampia parte dal territorio italiano per raggiungere altri paesi europei, soprattutto del Nord. La Germania quest’anno stima di ricevere 800.000 richieste di asilo, pari all’1% della popolazione residente. Un po’ come se noi ne ricevessimo 600.000. In Europa crescono preoccupazione ed irritazione, e si attiva l’abituale direttorio franco-tedesco, con vertici bilaterali destinati a condizionare gli orientamenti della Ue e mettere in un angolo la Commissione.

Tutto ciò premesso, la regolamentazione di Dublino verrà mantenuta o modificata, come vorrebbe l’Italia? Vi diamo un piccolo suggerimento, tratto dal concerto franco-tedesco dei ministri dell’Interno:

«De Maizière said he and Cazeneuve agree Italy and Greece need considerable EU help to set up “waiting areas” for newly arrived refugees»

Tradotto: Dublino resta, Italia e Grecia vengono “aiutate” con soldi, campi profughi e procedure di fotosegnalamento, magari con gestione da parte di funzionari di altri paesi europei, stante la scarsa perizia italiana e greca in materia. Altrimenti? Altrimenti Schengen è a rischio, suggerisce il ministro dell’Interno tedesco. Esito più che prevedibile. Con buona pace dei guitti italiani che invocavano la sospensione di Schengen per “difendersi dall’invasione”. Certo, sigillando i migranti entro i propri confini, però.

Il tema è maledettamente difficile, al limite dell’angoscioso. Serve un coordinamento europeo che appare quasi impossibile, la nostra collocazione geografica rappresenta lo zenit della sfiga, tecnicamente parlando. Le nostre leve negoziali verso il resto d’Europa sono apparentemente limitate. Malgrado siamo i più furbi del reame, tendiamo ormai ad essere sgamati e messi sotto tutela pressoché ovunque. Ci resterà solo l’abituale retorica terzomondista cattosinistra e quella più recente del “picchiare i pugni sul tavolo europeo”, che esiste solo nella fervida immaginazione di gerarchetti e trombettieri indigeni. Incrociamo le dita, magari serve.