Juncker e gli scontrini per immigrati

Nel corso di una seduta all’Europarlamento dedicata ai temi dell’immigrazione, il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, ha confermato l’applicazione della flessibilità prevista dalle regole del patto di stabilità sulla base dei costi effettivi sostenuti dai bilanci degli stati membri dell’Eurozona per fronteggiare la crisi dei migranti. Dopo questa esternazione, molti nostri esponenti governativi e di maggioranza pregustano già l’ennesimo successo della nostra ritrovata assertività internazionale. Ignorando il trascurabile dettaglio sottostante a tale “flessibilità” aggiuntiva.

Juncker ha ribadito che non si tratterà di una clausola di flessibilità in senso stretto (come invece sono quella della spesa per investimenti con co-finanziamento europeo e quella per l’attuazione delle riforme che innalzano la crescita potenziale di un paese), bensì di una valutazione “caso per caso”. Come noto, secondo la nostra vulgata nazionalistico-deficitaria (nel senso finanziario ma anche e soprattutto di capacità di comprensione) nel progetto di legge di bilancio l’Italia ha chiesto uno “sconto” di circa 3,3 miliardi, pari allo 0,2% del Pil. Dal momento della presentazione della legge di Stabilità 2016, il governo Renzi ha lasciato intendere che, se tale deficit aggiuntivo venisse concesso, esso avrebbe precise finalità di copertura (perché come sapete, nell’Italia del 2015-16 il deficit è diventato a tutti gli effetti copertura finanziaria):

Il maggior spazio fiscale che in caso arriverà dal via libera della Ue con la cosiddetta clausola migranti “servirà ad anticipare misure che in ogni caso saranno prese e in particolare anticipare ma non sostituire”. Lo dice il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ai microfoni del Tg1 facendo riferimento alla possibilità di anticipare il taglio dell’Ires al 2016 (Ansa, 17 ottobre 2015)

Queste parole di Padoan si sono immediatamente scolpite nella pietra, come noto. Dal giorno successivo alla loro pronuncia, i nostri media hanno ripetuto ossessivamente il mantra della “clausola migranti” che serve a “finanziare il taglio Ires”. Pochi o nessuno, a nostra conoscenza, hanno segnalato che porre un deficit temporaneo a copertura di uno sgravio d’imposta permanente indica seri problemi in chi la propone. Noi, per dire, siamo assolutamente certi che le parole di Padoan sono state assurdamente travisate, nel senso che suo intendimento era quello di “anticipare” (a rigoroso deficit) il taglio Ires al contempo promettendo solennemente che il suo finanziamento permanente, per gli anni a venire, sarebbe derivato da coperture vere (chessò, tagli di spesa e/o aumenti di altre imposte, cose così), e non dal deficit medesimo. Ma tant’è. L’altra sera siamo riusciti a sentire, in un telegiornale nazionale, che “la clausola migranti servirebbe a rimpolpare alcune voci di spesa pubblica”. Voi capite che, se questo è l’andazzo, siamo spacciati per eccesso di analfabetismo finanziario; quello stesso che (ad esempio) pensa che sia possibile stamparsi la felicità, per coprire i deficit. Dopo le “tasse di scopo”, ecco il “deficit di scopo”. Possiamo capire: dopo un lustro di feroce Quaresima, è arrivato il Carnevale fiscale. Siamo persino riusciti ad invertire il flusso temporale, pensate.

Oggi la presa di posizione di Juncker, ambigua quanto basta, nel caos primordiale che sta inghiottendo la Ue (e Mutti Merkel) sulla questione migranti. Il piccolo problema è che occorre focalizzarsi su cosa è realmente questa “flessibilità che non è flessibilità”. Juncker precisa che vuole vedere le “pezze d’appoggio”, cioè i costi sostenuti dai sistemi economici nazionali, impattati dai flussi migratori. Puntualmente, giorni addietro il MEF ha prodotto una pregevole stima dei costi dell’emergenza immigrati per il nostro paese nel 2015. Tali costi sono, putacaso, pari allo 0,2% del Pil, cioè a 3,3 miliardi di euro. Quello che ora “chiediamo” alla Ue. Non è che sia una coincidenza maliziosa: siamo certi che il MEF ha diligentemente quantificato la richiesta di flessibilità alla Ue sulla base di una preventiva stima di tali costi e non viceversa. Vero?

Ebbene, anche così occorre chiarire all’opinione pubblica che quei 3,3 miliardi di eventuale “concessione” Ue sono deficit aggiuntivo e non (ad esempio) erogazioni tratte dal bilancio comunitario. Differenza non di lana caprina, comunque: se Juncker “vuol vedere gli scontrini” per gli immigrati, la nozione conseguente e sottostante a tale richiesta è quella del “rimborso” a chi tali spese ha sostenuto, e non del “prestito a se stessi”, come invece starebbe accadendo. Ci sarà qualcuno che riesce a cogliere tale distinzione, in questa euro-ordalia di flessibilità coi propri buffi, come dicono a Roma? Ma, dopo la “precisazione” di Juncker, già dai telegiornali di stasera e sui giornali di domani, potremo leggere che “ora potremo finanziare il taglio Ires”, sarà tutto un darsi il cinque, fare il trenino e celebrare l’ennesima vittoria del governo Renzi contro “gli ottusi burocrati di Bruxelles”.

Come avrebbe detto Pirro, re dell’Epiro, “un’altra vittoria così, e siamo rovinati”.

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