La fortuna aiuta gli inconsapevoli. A volte. In Italia

Oggi sul Fatto, Giorgio Meletti torna sulla questione dei fortunati azionisti di banche popolari non quotate, che sono riusciti a vendere ai massimi storici assoluti le loro azioni illiquide, ricomprate dalla banca (in alcuni casi incrociando “in casa” partite in vendita ed in acquisto, in altri “a fermo”), prima del crack. Come abbiamo scritto in passato, parliamo di maestri di market timing, e non si deve pensare male. E poiché la vita, oltre che tutto un quiz ed un talk show è anche un trading, oggi siamo a narrarvi le avventure di un trader a sua insaputa; per giunta, qualcuno che fa mostra di avere gravi deficit formativi, nel ruolo di risparmiatore. Forse.

Parliamo di Bruno Vespa, che ha venduto azioni Veneto Banca, sue e di suoi familiari, per un controvalore di oltre 11 milioni di euro, a luglio 2013, al massimo storico della valorizzazione (fatta in casa, con tanto amore artigiano, come una volta). Pare tuttavia che la vendita sia avvenuta scavalcando la lista d’attesa, e di questo risponderanno i dirigenti della banca dell’epoca, non Vespa. Il sospetto è che la fortunata e tempestiva vendita della famiglia Vespa sia in qualche modo legata ai rapporti pluriennali di amicizia (e d’affari, avendo i due acquisito una masseria in Puglia) tra Vespa e il dominus di Veneto Banca, Vincenzo Consoli. Racconta Meletti:

Veneto Banca non è mai stata quotata in Borsa e, come la gemella Popolare di Vicenza, decideva in assemblea il valore delle azioni che, durante la galoppata di Consoli, sono volate dai 18,34 euro del 2001 ai 40,75 del 2013. Chi voleva vendere si rivolgeva alla banca, che ritirava i titoli e trovava un altro socio a cui piazzarle. Una specie di catena di Sant’Antonio solida anche negli anni della crisi: quando è iniziata, nel 2007, le azioni valevano 33 euro ma hanno continuato a salire anno per anno fino ai massimi ai quali sono riusciti a vendere i Vespa.

Veneto Banca pagava fior di dividendi. Quando il destino cinico e baro si mise di traverso, minacciando questa florida tradizione, venne trovata un’ingegnosa soluzione:

Consoli nel 2013 subì il divieto di Bankitalia di distribuire dividendi perché il bilancio 2012 si era chiuso per la prima volta in rosso. Indifferente agli scricchiolii, fece approvare dall’assemblea un aumento del valore delle azioni, da 40,25 a 40,75 euro, “per dare comunque soddisfazione ai soci”

Non sappiamo a voi ma a noi questo pare semplicemente geniale, diciamo. Niente dividendo causa rosso di esercizio? E noi aumentiamo il valore delle azioni, e vissero tutti felici e contenti, tiè. Ma i conti del 2012 (forse) aprirono gli occhi a Vespa:

«A maggio 2013, meno di un mese dopo quella incredibile assemblea dei soci, la famiglia Vespa a ranghi compatti, illuminata da un’intuizione felicissima, chiese la vendita delle sue 279 mila azioni. Dopo soli due mesi Consoli eseguì, consentendo al cliente una soddisfacente plusvalenza»

Ora, il punto del contendere è uno ed uno solo: Vespa ha “saltato la fila”? In una recente intervista a Giovanna Boursier di Report, il Nostro

Afferma di aver chiesto di vendere le sue azioni nel 2010, dopo che L’Espresso aveva pubblicato i dettagli sul suo pacchetto azionario che valeva allora 6,7 milioni di euro: “Mi sembrava una violazione della privacy talmente enorme e anche talmente rischiosa, insomma, che io mi infuriai con Veneto Banca, anche se loro dissero che non c’entravano niente, ma insomma, e chiesi di vendere immediatamente tutte le azioni” […] “Chiesi di poter vendere e non riuscii a vendere. Io ho premuto, insistito in maniera costante per 2 anni e 8 mesi e dopo 2 anni e 8 mesi, nell’estate del 2013, son riuscito a vendere una parte rilevante delle azioni”

Se le cose stanno in questi termini, Vespa è stato danneggiato dall’enorme lentezza con cui la banca ha dato corso al riacquisto di azioni. E tuttavia, parlando di privacy e di risparmio, osserva Meletti:

Non ci fu nessuna violazione della privacy, visto che L’Espresso si limitò a notare che Vespa si era presentato all’assemblea di bilancio facendo depositare le sue azioni da un delegato. Tutto più che pubblico. Interpellato dal Fatto l’interessato conferma la sua tesi: “Non immaginavo che la quantità di azioni possedute dai soci potessero finire sui giornali. Essendoci il voto capitario (una testa, un voto) il numero di azioni era irrilevante, ma ribadisco che pubblicare la quantità di risparmio che un privato cittadino affida a una banca rappresenta una grave violazione della privacy”

Contrariamente a quanto pensa Vespa, non è che il voto capitario crei una sorta di “effetto-fiduciaria”, schermando la quantità di azioni che una persona possiede in una banca. Poi, il fatto che Vespa definisca “risparmio affidato ad una banca” quello che ad ogni effetto è un investimento , è oggettivamente preoccupante per la sua conoscenza della materia. Soprattutto perché Vespa ha scoperto con grave ritardo di aver messo i suoi risparmi non solo in capitale di rischio, ma pure non quotato e quindi fortemente illiquido:

Quanto alla vendita delle azioni, Vespa insiste su una versione diversa da quella che risulta dai documenti: “Ribadisco di aver chiesto dal 2010 di vendere le azioni mie e dei miei familiari, come Consoli e il dirigente che gestiva i miei rapporti con la banca potranno confermare in qualunque sede. È tuttavia gravissimo aver impiegato quasi tre anni per vendere delle azioni perché mai, al momento dell’acquisto, mi fu detto che le azioni erano negoziabili con tanta, abnorme difficoltà”. Nonostante tutto Vespa è rimasto amico di Consoli, indagato proprio per aver ingannato migliaia di risparmiatori alla stessa maniera.

Eh. Ma insomma, Vespa ha “saltato la fila”? Lui dice di no. Tuttavia,

La Guardia di Finanza dispone di report interni secondo i quali “nel solo 2013 erano rimaste inevase 1006 richieste di vendita provenienti da soci con azioni depositate presso altre banche; di queste, 203 erano pervenute prima della richiesta del cliente Vespa“. In quella seduta del cda del 23 luglio 2013 quello di Vespa è risultato il secondo maggior pacchetto riacquistato, a ridosso di quello dell’industriale Giuseppe Stefanel, che in un colpo solo si è liberato di 329 mila azioni per un valore di oltre 13 milioni di euro.

Uhm. La questione è spinosa anche per Atlante, che oggi controlla Veneto Banca. Infatti,

Gli ispettori della Bce hanno rilevato che la banca ha ricevuto reclami da 2.457 soci, per oltre 8 milioni di azioni che non sono state vendute tempestivamente. Scrivono gli ispettori: “Mediante alcune operazioni ad hoc effettuate dalla banca, l’ex DG (Consoli, ndr) è riuscito a soddisfare le richieste di vendita per circa 4 milioni di azioni senza rispettare la priorità degli ordini”. In generale, “tra l’1/1/2013 e il 31/12/2014, 3.965 ordini di vendita riguardanti circa 8,5 milioni di azioni di Veneto Banca sono stati eseguiti senza rispettare i criteri di priorità. La potenziale perdita subita dai clienti, derivante dalla forte riduzione del prezzo delle azioni successiva alla presentazione dell’ordine di vendita, ammonta attualmente a circa 80 milioni di Euro”

Questo è il problema, o meglio la punta dell’iceberg. Le indagini proseguono ma non riguardano il giornalista. Forse Vespa, che nelle sequenze di questa vicenda ricorda molto un sonnambulo che riesce a rientrare a letto, dal cornicione su cui era finito, oppure Mister Magoo al suo meglio, oppure l’ultimo di una serie molto lunga di personaggi pubblici italiani inconsapevoli della loro buona sorte, potrà trovare spunti per creare una trasmissione di educazione finanziaria for dummies, chissà.

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