Partita (doppia) persa

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha confermato che la legge di Stabilità 2017 non conterrà alleggerimenti Irpef. La cosa non è scandalosa, visto che lo stesso Padoan nei mesi passati ha detto più volte che ogni riduzione di imposizione fiscale sarebbe stata valutata in base alle compatibilità finanziarie ed allo scenario economico. Più singolare che il ministro abbia ritenuto di dare un contentino sottolineando “continuiamo però a ridurre la pressione fiscale, che è scesa di un punto dal 2013”. Qui non tutto è chiarissimo.

Abbiamo il robusto sospetto che il ministro si riferisse, soprattutto, al famoso bonus da 80 euro, che è quello che da oltre due anni alimenta un surreale dibattito in un paese di analfabeti numerici e che poi è quello che, in concorso con la decontribuzione temporanea sulle assunzioni, ha di fatto eliminato ogni margine di manovra strutturale sulla curva delle aliquote Irpef, sia in termini di livello, pendenza, detrazioni. Se si chiamano risorse scarse, un motivo ci sarà.

Quello che è autenticamente surreale, però, è il dibattito infinito sulla classificazione dei dieci miliardi annui del bonus da 80 euro. Ieri, ad esempio, sul tema è tornato Federico Fubini sul Corriere:

«Il governo dice che quei bonus sono un taglio dell’imposta sui redditi, dunque in teoria non dovrebbero dare luogo ad alcun aumento delle uscite. Le norme di contabilità europea seguite anche dall’Istat classificano invece quel provvedimento come un trasferimento alle famiglie, dunque una spesa. In questo caso contribuisce per quasi 10 miliardi a far salire le uscite correnti dello Stato (al netto degli interessi) da 684,1 miliardi di euro del 2013 ai 691,2 del 2015. Ma, appunto, non serve a nulla fare di una disputa contabile una questione ideologica»

Infatti. Se non fosse che qui parliamo di partita doppia. Fate questo esperimento del pensiero: immaginate un governo che decida di mandare ai cittadini un assegno mensile, e che il costo complessivo di questo assegno sia di 40 miliardi annui. Ora immaginate che il governo dica “ma questa non è spesa, è una riduzione di imposte per 40 miliardi, le regole contabili europee sono sbagliate!”. Non vi viene da sorridere? Pensate che, lo scorso anno, per qualche tempo, sui giornali siamo anche riusciti a leggere che il governo italiano avrebbe “lavorato con Eurostat per ottenere la riclassificazione degli 80 euro da maggiore spesa a minori entrate”. Ovviamente la cosa non è mai avvenuta per palese impraticabilità. Del resto, se in Italia non si conosce la partita doppia, malgrado la stessa sia nata dalle nostre parti, non è problema di Eurostat. Quando gli eletti (e i giornalisti) sono il riflesso degli elettori, e di conseguenza spesso sono vittime di analfabetismo di ritorno.

Che si tratti di maggiore spesa o minori entrate, l’esito finale è uno ed uno solo: maggiore deficit. Poi, se spostiamo l’esborso a riduzione della pressione fiscale, otterremo un innegabile beneficio ottico-cosmetico, ma la sostanza non cambierà. Non che non si possa fare un taglio di tasse in deficit, per carità: l’importante è che quel taglio abbia capacità di spinta dell’attività economica, anche senza arrivare a dire che quel deficit “si ripaga” (perché tanto questo non è vero). Cioè che sia un taglio di tasse in deficit di qualità accettabile. Ma se arriviamo a capire che i dieci miliardi annui del bonus da 80 euro hanno di fatto impedito il ridisegno della curva Irpef (perché sono impiego alternativo di risorse fiscali), se pensiamo che la decontribuzione temporanea è, appunto, temporanea, e quindi che serviranno altri soldi per impedire che alla sua scadenza le imprese si trovino con un aumento di costo del lavoro difficilmente gestibile, resta ben poco di cui entusiasmarsi e ancor meno per dire che “la pressione fiscale è diminuita”.

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Il tutto tacendo di iniziative profondamente controproducenti, come l’aumento della tassazione del risparmio, due anni addietro, che Renzi e Padoan hanno prontamente rimosso. È inoltre un peccato che il ministro da qualche tempo sia diventato afasico sul rapporto debito-Pil, che è l’unica metrica che conta per dirci se siamo o meno sulla buona strada, inclusa quella di ridurre la pressione fiscale in modo effettivo e virtuoso. E tutto malgrado un costo del debito pubblico all’emissione che è ai minimi storici assoluti, almeno per ora. Grazie, Mario.

Poi, proseguiamo pure a dire che “la pressione fiscale è diminuita”. Tentare di spiegare che siamo ancora all’illusionismo è partita persa. Pure doppia.

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