Dal nostro corrispondente dalla stampa estera

Oggi sul Corriere, a pagina 15, si può leggere un pezzo del corrispondente da Pechino, Guido Santevecchi, in cui si narra dell’apparente blocco degli acquisti di soia statunitense da parte della Cina, ancor prima che le ritorsioni protezionistiche contro gli Usa siano scattate. Leggendolo, mi è parso di vivere un déjà-vu, o meglio un déjà-lu, solo che il ricordo non era freschissimo. Un rapido controllo ha confermato la mia impressione.

Dopo la premessa, sull’incontro tra una folta delegazione americana e le autorità cinesi, con la richiesta dei primi ai secondi di ridurre il deficit commerciale americano di 200 miliardi di dollari entro il 2020, il corrispondente del Corriere spiega che

«La rappresaglia è già in atto, perché ad aprile in due settimane Pechino ha cancellato l’acquisto di 62 mila tonnellate di semi di soia già ordinati, secondo i dati dello US Department of Agricolture»

Segue commento sul rischio per gli stati agricoli Usa, schierati coi Repubblicani, e presa di posizione del senatore dell’Ohio Chuck Grassley, che chiede a Trump la riduzione del danno in vista delle elezioni di midterm, il prossimo novembre.

Il pezzo prosegue con altra citazione:

“Comprano ancora, naturalmente, ma non dagli Stati Uniti, si sono rivolti al Canada e soprattutto al Brasile”, dice Soren Schroder, amministratore delegato di Bunge Ltd., multinazionale dell’agribusiness. Viene segnalato che il Brasile ha già aumentato la coltivazione di soia e l’Argentina, terzo esportatore verso la Cina, potrebbe seguire.

Dove avevo già letto questi concetti? Su un pezzo di Bloomberg dello scorso 2 maggio, quindi non esattamente ieri. Dove si può leggere, tra le altre cose:

“Whatever they’re buying is non-U.S.,” Bunge Ltd. Chief Executive Officer Soren Schroder said in a telephone interview Wednesday. “They’re buying beans in Canada, in Brazil, mostly Brazil, but very deliberately not buying anything from the U.S.”

O anche:

«In the two weeks ended April 19, China canceled a net 62,690 metric tons of U.S. soybean purchases for the marketing year that ends Aug. 31, U.S. Department of Agriculture data show. At this time of year, South American countries typically complete their harvests and become the dominant shippers for several months»

Nel pezzo del Corriere si legge anche:

«La volatilità sta già contagiando i prezzi dei prodotti agricoli, perché la Cina importa anche carne di maiale dagli Stati Uniti, mais e sorgo»

Nel pezzo di Bloomberg invece si può leggere:

«Price volatility in farm goods has picked up in recent weeks as the saber-rattling between the U.S. and China intensifies. Other agricultural products caught up in the dispute include corn, pork and sorghum»

Interessanti affinità giornalistiche, si direbbe. Nel pezzo del Corriere non si cita mai quello di Bloomberg, a differenza di quanto fatto, ad esempio, dal sito della Cnbc, che quella notizia ha rilanciato. C’è poi da aggiungere che il Financial Times, nella stessa giornata del 2 maggio, ha elaborato sulle dichiarazioni di Schroder, confutandole parzialmente a partire proprio dalla fonte USDA:

«Official data do not yet show the shift identified by Mr Schroder. US Department of Agriculture statistics showed that, as of April 19, merchants have committed to sell 954,000 tonnes of US soyabeans to China for the marketing year beginning September 1. A year ago the comparable figure was 982,000 tonnes»

Quello che colpisce, nel pezzo di oggi del Corriere, è il fatto che si rilanci una notizia a quasi una settimana di distanza dalla sua prima apparizione sui media internazionali. Notizia che è frutto di una indagine compiuta da Bloomberg, che ha analizzato i dati del Dipartimento dell’Agricoltura e rilanciato la dichiarazione di un manager di settore.

Ammesso e non concesso di voler fare ricerche aggiuntive, per reperire dati più recenti in grado di confermare o meno la notizia, e posto che pubblicare a così ampia distanza temporale lascia perplessi anche rispetto agli abituali standard del giornalismo italiano, che di solito rilancia (diciamo così) a circa 48 ore dalla fonte primaria, possiamo ipotizzare che il Corriere abbia tenuto fermo il pezzo del suo corrispondente da Pechino, che peraltro (e curiosamente) neppure cerca di riscontrare una notizia proveniente dagli Stati Uniti con fonti domestiche del paese in cui lavora.

Ovviamente sono io che penso male: il giornalismo italiano è vivo e vitale. Certo che, in quanto abbonato pagante del Corriere, avrei (ri)letto con piacere quella notizia se in essa fosse stata citata la fonte originaria. E forse si darebbe anche un senso non ironico a quel beffardo “Riproduzione riservata”, che spunta in calce agli articoli.

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