AI, data center a tutto gas

La corsa americana alla costruzione di data center rischia di produrre un effetto paradossale: mentre Amazon, Microsoft, Google e Meta investono miliardi per ridurre la propria impronta carbonica, la domanda di elettricità generata dall’intelligenza artificiale sta spingendo il sistema energetico statunitense verso nuove centrali a gas e, in alcuni casi, verso il rinvio della chiusura di quelle a carbone.

È la conclusione di un’analisi del Financial Times su 60 dei maggiori data center pianificati negli Stati Uniti dai quattro giganti tecnologici. Quando saranno tutti operativi, questi impianti potrebbero generare complessivamente circa 101,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Una quantità pari a circa il 7% delle emissioni del settore elettrico americano nel 2025, oppure alle emissioni annuali di 27 centrali a carbone o di 24 milioni di automobili.

I data center stanno facendo crescere molto rapidamente la domanda di elettricità, mentre il sistema fatica ad aggiungere in tempo capacità pulita e soprattutto disponibile 24 ore su 24. Quando la domanda cresce così rapidamente, le utility hanno bisogno di fonti programmabili, cioè capaci di produrre elettricità quando serve. La soluzione più immediata è il gas naturale, quello che un esperto del settore ha definito l’“easy button” delle utility.

Secondo l’analisi del Financial Times, tre quarti delle utility che servono i 60 data center stanno pianificando o costruendo nuova capacità a gas. Un terzo delle utility che gestiscono centrali a carbone sta inoltre rinviandone la dismissione. Nel 17% dei casi, le stesse utility hanno comunicato esplicitamente ai regolatori che nuovi impianti a gas vengono costruiti per soddisfare la domanda proveniente da specifici grandi data center.

Il fenomeno è già visibile nei piani energetici americani. Nel 2025 la capacità a gas in fase di sviluppo negli Stati Uniti è quasi triplicata. Se tutti gli impianti previsti venissero costruiti, la flotta a gas esistente aumenterebbe di quasi il 50%. Più di un terzo di questa nuova capacità è destinato ai data center.

The need for speed

Amazon, Microsoft, Google e Meta hanno tutte programmi per compensare le emissioni dei propri consumi elettrici attraverso investimenti in energia pulita, acquisti di elettricità rinnovabile o crediti associati alla produzione rinnovabile. Amazon afferma di avere investito miliardi in elettricità carbon-free e di avere compensato il 100% dell’elettricità consumata dalle proprie attività attraverso acquisti di energia rinnovabile e crediti “verdi”. Google sostiene di avere raggiunto lo stesso obiettivo per nove anni consecutivi.

Questi impegni non risolvono automaticamente il problema fisico della rete. Se un nuovo data center entra in funzione oggi e richiede enormi quantità di elettricità, mentre un nuovo impianto solare o eolico sarà disponibile soltanto tra qualche anno, nel frattempo quella domanda deve essere soddisfatta più velocemente da qualche altra fonte. E quella fonte, negli Stati Uniti, è spesso una centrale a gas.

Il problema è quindi anche una questione di velocità. L’aggiunta di energia pulita deve procedere almeno allo stesso ritmo della crescita della domanda dei data center perché le emissioni del settore elettrico possano continuare a diminuire. Ma questo non è affatto garantito. Colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento, code per le connessioni alla rete e tempi lunghi per ottenere le autorizzazioni possono rallentare l’aggiunta di nuova capacità pulita.

A complicare ulteriormente il quadro ci sono le politiche dell’amministrazione Trump, che ha smantellato norme climatiche e ridotto gli incentivi fiscali alle energie pulite, favorendo ulteriormente i combustibili fossili.

L’AI cambia la domanda elettrica

Il dato forse più significativo riguarda la quota dei data center nella nuova domanda di elettricità. Secondo la società di consulenza Grid Strategies, essi rappresentano circa il 55% della crescita dei carichi prevista dalle utility americane nei prossimi cinque anni. L’espansione dell’AI sta quindi diventando un fattore rilevante nella pianificazione dell’intero sistema energetico americano.

In Georgia, per esempio, Georgia Power ha chiesto ai regolatori di poter aggiungere 9.885 MW di nuova capacità, sostenendo che gran parte della domanda proverrà da grandi clienti come Amazon e Microsoft. La società prevede di aggiungere una quota consistente di capacità rinnovabile, ma ha contemporaneamente in programma o in costruzione 5.234 MW di nuova capacità a gas e ha rinviato la chiusura di alcune centrali a carbone.

Ancora più esplicito è il caso della Louisiana. Entergy Louisiana sta costruendo quasi 10 GW di nuova capacità a gas, compresi dieci impianti destinati a Hyperion, il nuovo data center di Meta. L’utility sostiene che, alle dimensioni richieste, le rinnovabili da sole non siano ancora in grado di garantire l’affidabilità necessaria.

In alcuni casi la corsa è talmente rapida che i data center vengono alimentati direttamente da impianti costruiti behind the meter, cioè senza collegamento iniziale alla rete. E le aziende, in questi casi, optano senza indugi per il gas. Che inoltre offre il tipo di elettricità di cui hanno bisogno i data center: potenza disponibile in ogni momento. Una centrale a gas può aumentare la produzione quando serve, mentre pannelli solari e turbine eoliche producono soltanto quando ci sono sole e vento.

Per trasformare una grande quantità di rinnovabili intermittenti in una fonte affidabile 24 ore su 24 servono quindi anche accumuli, rete e capacità di riserva. E proprio queste infrastrutture possono richiedere tempo: nuove linee elettriche, potenziamenti della rete, connessioni e autorizzazioni possono rallentare considerevolmente l’aggiunta di capacità pulita. Il gas, invece, permette di aggiungere direttamente capacità programmabile, e in alcuni casi persino di costruire l’impianto accanto al data center, senza attendere il completamento di nuove infrastrutture di rete.

Le emissioni delle Big Tech aumentano

La conseguenza si vede anche nei bilanci ambientali delle società tecnologiche. Amazon ha registrato nel 2025 un aumento del 16% delle proprie emissioni rispetto al 2024; le emissioni associate all’acquisto di elettricità sono aumentate del 34%. Microsoft ha registrato un aumento complessivo del 25%, dovuto soprattutto all’espansione dell’infrastruttura dei data center. Alphabet ha registrato un aumento del 18% della propria misura di emissioni “ambition-based”, legato anche all’espansione della propria attività.

Questi dati indicano che la capacità delle Big Tech di decarbonizzare i propri consumi rischia di essere superata, almeno nel breve periodo, dalla velocità con cui stanno aumentando i consumi stessi.

Ed è qui che si trova il vero problema della corsa all’AI: non basta aggiungere energia pulita. Bisogna aggiungerla abbastanza rapidamente da precedere la nuova domanda.

Se ciò non accade, una parte dell’elettricità necessaria per alimentare l’intelligenza artificiale verrà prodotta con combustibili fossili. L’Agenzia internazionale dell’energia ha già rilevato un aumento del 2% delle emissioni di CO2 statunitensi nell’ultimo anno, attribuito in larga parte alla crescita della domanda di elettricità, alla quale stanno contribuendo anche i data center.

Del nucleare, in termini di tempi e costi, meglio non parlare. Giusto?

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