Il Pd scopre dall’opposizione limiti e difetti del Jobs Act

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

mentre infuria il tutt’altro che appassionante dibattito su quale sia più dignitoso tra il contratto a tempo indeterminato ed il contratto a tempo determinato, poco opportunamente innescato dal vice premier Luigi Di Maio e rilanciato dal Prof. Pietro Ichino, apprendiamo dall’ex sottosegretario alla Presidenza del consiglio ed attuale senatore, Tommaso Nannicini, qual è la strategia delle opposizioni per rilanciare il lavoro.

Nell’interessante intervista del Nannicini pubblicata su La Repubblica del 4 luglio, l’ex sottosegretario individua i punti fondamentali delle riforme da attuare.

Intanto, l’analisi parte da una corretta considerazione: l’attuale Governo

«Ha dimenticato le centinaia di migliaia di co.co.co e co.co.pro, di lavoratori parasubordinati, di finte partite Iva degli anni passati, che proprio il Jobs Act ha iniziato a ridurre. Erano tutte forme di lavoro prive di tutele assicurative e previdenziali. Tutele che i contratti a termine, subentrati in buona parte a quei lavori, almeno garantiscono. Quello delle finte collaborazioni era il vero precariato»

Interessante, no, Titolare? Per la prima volta, una lettura serena ed oggettiva dei dati e degli effetti del Jobs Act. Norma nata con l’enunciazione espressa di mirare a rendere il contratto a tempo indeterminato quale forma privilegiata di regolazione del datore di lavoro ma che, per eterogenesi dei fini, ha sortito tutt’altro effetto: ridurre il “vero precariato”, cioè quello delle partite Iva e delle co.co.co., a vantaggio di un precariato che a questo punto è da considerare non vero, quello dei contratti a termine. Un’interessante e piuttosto fondata spiegazione dell’impennata di questi contratti, ulteriormente trainata nel 2017 dalla riforma dei voucher. La lettura dei dati Istat sotto questa luce rivelata dal Nannicini dovrebbe indurre a ponderare meglio alcune valutazioni o troppo trionfalistiche o per principio riduttive.

L’accorto intervistatore, comunque, fa notare al Nannicini che il risultato di sostituire contratti precari, quelli a termine, a contratti magari più precari, ma pur sempre precari, non era esattamente l’obiettivo enunciato del Jobs Act. Il Senatore accusa il colpo:

«Certamente. I contratti a termine e in somministrazione dovrebbero rispondere a esigenze temporanee, e gli abusi vanno combattuti. Ma ci sono modi migliori di quelli escogitati dal decreto, i quali aumenteranno solo il contenzioso»

Come non concordare, caro Titolare, anche sull’affermazione seguente secondo la quale la reintroduzione delle causali (per altro solo per i rinnovi) rischia di far risorgere parte del contenzioso ridottosi in questi anni?

Ma, passando dalla pars destruens, che critica a fondo il cosiddetto “decreto dignità”, la pars construens suggerita dal Nannicini non può che suscitare apprezzamento e consenso, oggettivi:

«Finché un datore di lavoro utilizza contratti a termine per poco, niente da dire. Ma se c’è un uso ripetuto di rinnovi e i contratti non vengono stabilizzati, proponiamo una buonuscita per i lavoratori. Se invece avviene la stabilizzazione, bisogna dare all’imprenditore una decontribuzione permanente»

Come dice, Titolare? Cosa si intende “utilizzare i contratti a termine per poco?”. Non stiamo a sottilizzare.

Sicuramente si sottovaluta una questione. Il contratto a tempo determinato ha un risvolto soggettivo ed uno oggettivo. Sul piano soggettivo, costituisce un’esperienza lavorativa per il singolo lavoratore, che richiederebbe interventi di profonda riforma del welfare, delle politiche del lavoro per aiutare nelle transizioni tra un lavoro e l’altro, e della previdenza. Sul piano oggettivo, i contratti a termine per le aziende sono uno strumento di flessibilità molto utile, specie in un orizzonte incerto del mercato.

Ma fin qui la regolazione ha guardato solo il piano soggettivo: quanti mesi può durare il rapporto, quanti rinnovi e a che condizioni sono possibili, quante proroghe si possono tollerare, a quali costi. Sul piano oggettivo, nessuno ha spiegato esattamente appunto cosa si intenda utilizzare i contratti a termine “per poco”: è un’utilizzazione “per poco” da riferire al singolo contratto col singolo lavoratore, o piuttosto all’utilizzo routinario dei contratti a termine sempre sulla stessa lavorazione, con un ciclo e riciclo continuo dei lavoratori? In questo secondo caso, si vede come né il “decreto dignità”, né il Jobs Act abbiano nemmeno sfiorato il problema, come appunto rileva il Nannicini che propone di metterlo, finalmente, al centro dell’attenzione.

La seconda idea è quella di prevedere decontribuzioni per il datore che, comunque, alla fine del percorso a termine, stabilizza. Ci pare, Titolare, di averla già sentita questa della decontribuzione, che avrebbe dovuto sostenere il rilancio dei contratti a tempo indeterminato, ma sembra, piuttosto che abbia solo peggiorato il deficit pubblico.

Seguono, quindi, le condivisibili considerazioni conclusive del Nannicini:

  1. “Bisogna pensare a incentivare strutturalmente il lavoro stabile, cosa che non fa questo decreto” [il decreto dignità, nda];
  2. “Invece che cancellarlo, il Jobs Act [il Governo nda] dovrebbe estenderlo: applicando alle piattaforme digitali le norme sulle collaborazioni organizzate dal committente”;
  3. “Il Pd è pronto a discutere le misure per”
    1. combattere il vero precariato,
    2. il dumping salariale,
    3. i contratti pirata,
    4. l’anarchia dei subappalti”.

Ottimo, giusto e condivisibile. Finalmente, proposte concrete dell’opposizione, finalizzate al rilancio del lavoro, dopo che per anni e anni i vari Governi non le hanno non solo attuate, queste proposte, ma nemmeno pensate.

Come dice, Titolare? Il Pd è stato molte volte al Governo durante questi anni e, forse, avrebbe potuto tradurre per tempo queste condivisibili idee in norme e forse non avremmo avuto bisogno di nessun “decreto dignità”?

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